Crea sito

I MIEI LIBRI

Il viaggio di Marco: nuova veste grafica e Audiolibro.

Il viaggio di Marco: testo di Lauretta Chiarini, voce narrante Emilio Solfrizzi, musiche Vittorio Cosma. Gangemi Editore

Il viaggio di Marco: testo Lauretta Chiarini, voce narrante Emilio Solfrizzi, musiche Vittorio Cosma. Gangemi Editore.

Disponibile con audiolibro presso il sito Marco Pietrobono Onlus.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DIVERSAMENTE LABILI

 

Una storia d’amore e di dolore, di barriere, di preconcetti.

Ma è soprattutto la storia di un viaggio, un’avventura che diventerà ricerca interiore e crescita.

Senza pietismi, né moralismi, uno sguardo al mondo dal punto di vista di tre normalissimi giovani diversi.

 

Aurora ed Andrea partono per la prima vacanza insieme, affrontando un viaggio che per alcuni versi diventerà un incubo, ma si rivelerà anche un’esperienza indimenticabile. L’incontro con Jamal amplificherà i problemi e al tempo stesso la voglia di vivere.

 

 

l'incipit

Barriere

 

8 agosto 2014

 

 

- Sei triste? - gli chiese Aurora.

- No. Riflettevo. Te lo avevo detto o no, che non sarebbe stato facile?

Andrea aveva lo sguardo assente, rivolto verso il mare al di là del parapetto di cemento.

Aurora sbuffò con nervosismo, si infilò una sigaretta in bocca, l’accese e aspirò profondamente. Quando soffiò via il fumo, lo guardò stizzita.

- Ho visto la foto su internet, l’hai vista anche tu, non si vedeva da nessuna parte che c’erano da salire le scale per entrare! Dico io, un ristorante sulla spiaggia, che cavolo di bisogno c’era di rialzarlo con sei gradini?

Buttò lontano la cicca, si ravviò i capelli e marciò verso l’entrata della Locanda del pescatore a testa alta e molto arrabbiata.

Andrea chiuse gli occhi e sospirò.

- Come state messi a barriere architettoniche? Oltre alle scale, intendo, - chiese Aurora.

Il cameriere muscoloso dietro il bancone, un piercing al naso, due sul labbro inferiore e sei o sette orecchini al lobo sinistro, aggrottò le sopracciglia, interrogativo, fissandola. Aurora considerò che assomigliava a Rambo o forse semplicemente a Stallone, sostenne il suo sguardo e chiese ancora: - C’è posto per due?

Il ragazzo guardò oltre le spalle di Aurora, cercando qualcun altro e lei fece cenno con la testa verso il parcheggio sottostante.

Rambo vide Andrea e si grattò un principio di pizzetto sul mento, – Un momento, - le rispose e scomparve dietro una porta con la targa Privato.

Aurora lanciò uno sguardo verso il compagno, poi si mosse in direzione della sala da pranzo, un bell’ambiente fresco, piccolo ed accogliente, con le pareti azzurre piene di reti da pescatore e quadri con velieri; quattro tavoli su sei erano occupati. Gli occhi inevitabilmente le caddero sui piatti: fritture di pesce, gamberoni, tagliolini ai frutti di mare. Le sue papille gustative istigate dal profumo che arrivava dalle pietanze la stavano supplicando di pranzare lì, assolutamente.

Il cameriere richiamò la sua attenzione; al suo fianco, strizzato dentro ad un grembiule nero, quello che presumibilmente doveva essere il cuoco le fece un cenno con la testa.

– Andiamo?

Aurora assentì.

Andrea si massacrò il labbro inferiore con i denti, infilò una mano tra i capelli e assunse una colorazione violacea quando quei due, uno a destra e l’altro a sinistra, sollevarono di peso la sua carrozzella e cominciarono a salire le scale.

- Che vuoi mangiare? – chiese Aurora all’amico una volta sistemati ad un tavolo all’angolo, mentre con gli occhi divorava il menù.

- Non ho molto appetito, – le rispose Andrea guardando il mare dalla vetrata.

- Stai scherzando!? Sono ore e  ore che non mangiamo, io sto per svenire.

Era accalorata e prese ad asciugarsi il sudore col tovagliolo di carta, implorandolo con gli occhi verdi più grossi del mondo. Andrea sorrise, disarmato, – Un’insalata di mare. Per farti compagnia, – e Aurora si illuminò.

Dopo il pranzo e dopo almeno duemila calorie, lei si allontanò verso il bagno; quando tornò si avvicinò all’orecchio di Andrea: - Il bagno è minuscolo, ho faticato ad entrarci, sai com’è, –sorrise amaramente, spingendo le mani sulla pancia.

– Comunque, tanto per tenerti informato, ieri mattina mi sono pesata e sono calata un chilo e duecento grammi, nell’ultima settimana.

-Brava, – le disse lui.

- E tutto questo era per dirti che in bagno con la carrozzella non c’entri. Hai urgenza?

Andrea sospirò e si batté una mano sulla fronte.

- Perché? Perché sono venuto, Aurora? Perché hai voluto convincermi a fare questa stronzata? – le chiese a bassa voce.

Aurora si grattò il naso, fissò ostile le due ragazze del tavolo di fronte che non facevano che guardarli e bisbigliare, poi con calma, passò una mano sui capelli del ragazzo, che però scostò la testa, irritato.

- Ascolta, ora riprendiamo la macchina, riprendiamo l’autostrada e ci fermiamo ad un Autogrill, così puoi andare in bagno, ok? Usciamo a… - aprì la cartina autostradale che il padre l’aveva costretta a portarsi e controllò il percorso, – Ecco, stavolta usciamo a Battipaglia e dopo in un paio d’ore, secondo me, arriviamo al camping.

- Stai scherzando? Abbiamo perso già due ore e vorresti tornare indietro? Dovevi uscire prima a Battipaglia, ormai continuiamo da qui o non arriveremo più. Andiamo via. Chiedi il conto.

Andrea si era innervosito, era contrariato; eppure durante il viaggio avevano cantato insieme sulle note dei Cold Play, avevano chiacchierato e sparlato di questo e di quello. Poi Aurora, forse per la troppa euforia di quel primo viaggio da sola con lui, aveva sbagliato uscita e aveva faticato a raccapezzarsi. Andrea si era appisolato con la testa che ciondolava verso di lei e lei era stata felice. Talmente felice da fare quasi cento chilometri prima di rendersi conto dell’errore. Aveva superato l’uscita di Battipaglia senza rendersi conto di nulla ed era arrivata praticamente in Calabria. Guidava, le bastava quello. E poi c’era voluto del tempo per capire, una volta uscita a Lagonegro, che per continuare verso la loro meta doveva tornare indietro. Dopo aver individuato la strada per Paestum, avevano consultato internet dal cellulare per trovare un ristorante dove fermarsi a mangiare, visto che si era fatto quasi pomeriggio. La Locanda del pescatore, dalle parti di Capitello, era subito piaciuto ad entrambi e si erano diretti là senza indugio. Aurora voleva che tutto fosse perfetto, Andrea voleva che tutto andasse bene.

 

 

 

 

 

Amicizia

 

1999

 

Aurora aveva notato subito Andrea, il primo giorno di liceo. Sì, lo aveva notato perché era su una sedia a rotelle. Senza dover lottare con nessuno, si era seduta immediatamente accanto a lui, in prima fila. Se la prima fila non è mai ambita, il posto vicino ad un disabile lo è ancora meno e del resto quello accanto ad una cicciona lo è meno che mai.

Andrea le aveva sorriso e quel sorriso aveva risvegliato un dolore stratosferico in lei, un dolore senza uguali.

 

In quarta elementare Aurora aveva sperimentato per la prima volta l’amicizia vera. Giuliano aveva due anni più di lei, magro come un grissino, carnagione pallida e capelli biondi. Giuliano non camminava con le sue gambe, ma si spostava su una di quelle sedie a rotelle, grossa e nera e non si spostava da solo, a spingerlo c’era l’assistente Maria. Per permettere alla carrozzina di Giuliano di entrare agevolmente in classe, erano stati spostati tutti i banchi. In tutti i suoi nove anni di vita Aurora non era mai stata così vicina ad un disabile.

Insieme al nuovo ragazzino era arrivata una nuova insegnante, Lucia. Era carina Lucia, era magra e Aurora si era invaghita subito di lei, prima ancora che di Giuliano.

La contemplava dal suo posto, le guardava le scarpe, il vestito colorato, il foulard che portava, morbido, attorno al collo: era proprio bella, non si truccava gli occhi però portava sempre un rossetto leggero sulle labbra e uno smalto rosa sulle unghie delle sue mani affusolate.

La notte Aurora volava con la fantasia e immaginava di fare l’insegnante, sorridere ad un alunno disabile, cantare con lui, toccarlo e coccolarlo. La notte entrava in classe con un cappottino rosso e una sciarpa piena di frange. I bambini e le bambine la rispettavano e la ammiravano. Ma solo la notte.

Aurora non sapeva esattamente cosa avesse Giuliano per essere così strano. Qualche giorno prima l’insegnante di classe aveva avvertito i bambini che sarebbe arrivato un nuovo alunno.

– Mi raccomando, è un bambino svantaggiato, ma è un bambino proprio come voi, dobbiamo accoglierlo nel nostro gruppo…

- Allora mi sa che è un handicappato – aveva sussurrato Mattia a Gaia, in pochi secondi tutta la classe parlava di handicap con una certa saccenza.

Aurora aveva alzato la mano: - E’ un handicappato, maestra?

- Potremmo dire anche così, non c’è problema, se non è un insulto. Ma si chiama Giuliano, per cui lo chiamerete soltanto Giuliano, non serve definirlo ulteriormente. Lui è come voi, con qualche problema in più, ma noi siamo qui per aiutarlo e sostenerlo nelle difficoltà, quando serve.

E questo era quello che Aurora sapeva di Giuliano: che era come loro. Ma loro chi? Nemmeno lei era come loro. Loro quelli, gli altri. Sua madre, Anna, le aveva chiesto: - Ma è un bambino down, come Pietro, quello della quarta A?

- No, non è così, è un altro genere, – aveva risposto la figlia.

Anch’io sono di un altro genere, pensava Aurora, del genere ciccione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Camping Sole Luna

 

                                                                                                            8  Agosto 2014

 

 

Il cuoco e il cameriere riportarono Andrea sotto al parcheggio. Impacciati, chiesero se dovessero aiutarlo a salire in auto, ma il ragazzo rispose subito di no.

Aurora aprì lo sportello e Andrea si avvicinò con la carrozzina, la Pimpa, come la chiamava da quando era piccolo; appena si fu issato sul sedile, la ragazza chiuse la sedia a rotelle con due colpi e la sistemò nel portabagagli.

- Ti porto a cercare un bagno, allora. Ti va?

- Mi va!? Devo andarci!... e non dire ti porto, per favore. Dì Andiamo.

 Ecco, era tornato di cattivo umore e con la faccia rivolta verso il finestrino, la stava tenendo deliberatamente distante da lui.

Lei guidò con rabbia per i successivi trenta chilometri, aggrappata al volante che le spingeva sullo stomaco, tesa come una corda di chitarra, finché non sbottò.

- Senti, ho lavorato quasi un anno intero in quel cazzo di bar per pagarmi questa vacanza. Non ho dato neanche uno schifo di esame all’università e ho mandato a farsi fottere il tirocinio, per questo motivo mia madre vuole uccidermi mentre mia zia rompe perché ho lasciato il bar proprio ora che voleva andare in ferie lei! E poi non è colpa mia se la gente non rispetta le regole e fa passare dei loculi per bagni! Perciò non tenermi il broncio! – urlò senza prendere fiato.

Andrea sgranò gli occhi e non riuscì a trattenere lo sghignazzo:

- Nessuno dice più non tenermi il broncio! - la scimmiottò ridendo.

- Ah no? Allora non mi… - ma si trattenne, lo sbirciò in tralice. Lui sorrideva ancora. Niente era più bello di Andrea che sorrideva.

- Dai, tira ‘sta carretta, che me la faccio sotto, –  concluse lui.

 

Alle quindici arrivarono in campeggio, con tre ore di ritardo sulla tabella di marcia. Aurora posteggiò e sistemò il pagamento alla reception con una tale Debora, ma chiamami Debby, una ragazza abbronzantissima, con un quintale di capelli acconciati rasta sulla testa, poi Antonio, un ragazzino magro come uno spillo fece loro strada verso il bungalow prenotato.

- Qua c’è quello vostro, venite, quello per gli handicappati.

- Non dire handicappato davanti a lui, grazie, – gli intimò Aurora.

- Va buò… quello per diversamente abili allora.

Il ragazzino, trafitto per la seconda volta dallo sguardo duro ed inquietante della ragazza, ammutolì.

Aspettarono Andrea che si spingeva sulla carrozzina e iniziarono a salire su una strada ben spianata. Antonio aprì la porta scorrevole, entrò e spalancò la finestra. L’ambiente era ampio e confortevole, l’arredamento era minimale, due armadi, un paio di mensole, un letto matrimoniale e un letto a castello; sulla parete più lunga una bella riproduzione di Klimt, dava colore alla stanza. L’angolo cottura senza basi e un grande bagno con doccia per disabili completavano l’interno. La veranda all’esterno iniziava già dalla rampa di accesso per le carrozzine, era grande, al centro un tavolo rettangolare di plastica verde e quattro sedie; da lì si godeva una splendida vista sul mare.

Dopo aver fatto numerosi viaggi e aver portato dentro tutte le valigie, Aurora si sedette in veranda, la sedia scricchiolò sotto il suo peso.

- Avrei dovuto dire quanto pesavo, quando ho prenotato? – scherzò.

- Certo, così ci avrebbero fornito almeno una sedia rinforzata, non so se questa ti resisterà otto giorni, – rispose Andrea indicando la sedia di plastica. Aurora si accese una sigaretta, poi si alzò e frugò in uno dei trolley finché non trovò il suo posacenere; quindi si accomodò nuovamente, stanca e sudata.

- Adesso mi dici che siamo venuti a fare al mare? – strillò Andrea dall’interno, mentre riponeva le sue magliette nell’armadio, - Tu al mare non ti metti neanche in costume, io non sono il tipo che fa passeggiate sulla spiaggia, a meno che non mi porti in braccio… Dunque?

- Ho scelto il mare perché che vacanza è se uno non va al mare? E poi, scusa, volevi andare in montagna? Come ti arrampicavi?

- Io non volevo andare proprio da nessuna parte, ricordi? – replicò sarcastico lui.

- Polemizzi? Vuoi polemizzare, adesso? – gli chiese allora lei, piazzandosi, imponente, davanti al ragazzo.

Andrea sbuffò, si spostò la lunga frangia dagli occhi e tornò in veranda, aggirando la ragazza.

- Ok, non polemizzo. Otto giorni qua non saranno poi così male, il panorama è stupendo.

Da un bungalow a fianco, un uomo in carrozzina gli fece un cenno di saluto: - Ciao! Bene arrivati.

Andrea ricambiò il saluto, ringraziandolo.

- Piacere, io sono Armando… a quanto pare abbiamo qualcosa in comune noi due… - sorrise l’uomo guardando le gambe di Andrea.

Splendido, pensò il ragazzo, un vicino con un gran senso dell’umorismo…

- Per cena cosa mangiamo? – chiese Aurora, rincuorata dal fatto che Andrea non fosse più di cattivo umore. Cominciò a rovistare tra il pentolame riposto nei due pensili del cucinotto, tirò fuori padelle e piatti, tazze, bicchieri e lavò tutto. Quando andava in campeggio con i suoi genitori, sua madre lo faceva sempre: arrivava e lavava tutte le stoviglie in dotazione della cucina, perché non puoi mai essere certa che siano pulite bene, diceva. Andrea restò a guardarla da fuori mentre rifaceva i due letti. Quando le sembrò che tutto fosse in ordine, soddisfatta, si chiuse in bagno per una doccia.

Uscì in veranda dopo mezz’ora, frizionandosi i capelli bagnati con un asciugamani. Si era infilata il copricostume nuovo, che aveva comprato ad una bancarella di cinesi, giusto due giorni prima.

Andrea alzò lo sguardo su di lei; poi guardò ancora il mare, la spiaggia adesso era gremita di gente, famiglie, bambini che strillavano, ragazzi e ragazze che usavano le gambe per nuotare e camminare. Aveva visto quel tale, Armando, scendere lentamente insieme alla sua famiglia e si era chiesto, ancora una volta, per quale motivo si era lasciato convincere a partire. Poi tornò a guardare Aurora.

- Proprio a righe lo dovevi comprare?

Lei si guardò il copricostume e lo lisciò con le mani.

- Perché? Erano tutti a righe.

- E non c’erano verticali, queste righe? – ribatté lui.

- Le righe alla marinara sono orizzontali, se non lo sai.

Andrea alzò le mani: – Potevi comprare una camicia a fiori, allora. Le righe orizzontali non aiutano. Questo forse non lo sai tu.

 

 

 

Scontri

 

                                                                                                                         2004

 

 

Non era stato semplice fare breccia nel muro che Andrea si era costruito attorno, negli anni, era quasi barricato. A quattordici anni, quando si erano conosciuti, Aurora non riusciva a capacitarsi degli sbalzi d’umore di quel ragazzo, talvolta silenzioso e asociale, altre volte pieno di vita, beffardo e caciarone. Erano entrati in confidenza quasi subito anche perché la diversità li accomunava ed il resto della classe dimostrava un interesse relativamente basso per la cicciona e per il poverino.

Ma se durante le versioni di greco Andrea era parecchio gettonato, Aurora non poteva lamentarsi: durante i compiti di matematica nessuno notava la sua stazza, anzi ricordavano anche il suo nome. Andrea altalenava giornate buone a giornate pessime e in quel caso era inavvicinabile. Come quella volta che Aurora si era presentata a casa sua dopo pranzo, per fare i compiti di latino. Frequentavano il secondo anno di liceo e nei mesi precedenti lei aveva fatto la spola da casa sua a quella di Andrea per studiare insieme. Quel giorno, dopo che Giada, la sorella undicenne di Andrea, l’aveva fatta entrare, lui era andato su tutte le furie e l’aveva accusata di essere appiccicosa e onnipresente. Era stufo, stufo marcio per l’esattezza, di vedersela sempre intorno, lei era troppo ingombrante. Aurora non aveva pianto e la bocca secca le aveva impedito di proferire anche un solo suono, ma era scappata via di corsa, sbattendo contro Giada che era rimasta immobile in mezzo al corridoio. La sera la madre di lui, Angela, aveva chiamato Anna, per scusarsi e per spiegarle che Andrea si era invaghito di una ragazza e per lui era dura, nelle sue condizioni. Anna e Angela parlarono a lungo. Si conoscevano attraverso i figli da un anno, ma non erano mai entrate in confidenza. Anna allora aveva raccontato all’altra donna il rapporto che aveva legato Aurora a Giuliano.

- Giuliano era ammalato di distrofia di Duchenne, non aveva chissà quali aspettative di vita, ma mai avremmo pensato che potesse lasciarci a soli dodici anni. Per Aurora è stato uno schok così forte che è entrata in terapia e non ne è ancora uscita. Sono già due anni.

- Noi siamo stati tutti in terapia dopo la disgrazia, – le aveva risposto Angela,  - Anche  Giada che all’epoca aveva tre anni… ma le ripercussioni dell’incidente del fratello hanno coinvolto anche lei. Andrea aveva sei anni.

Raccontò come suo figlio fosse caduto dalla bicicletta, su un sentiero di montagna, precipitando in una scarpata. Erano in vacanza in Trentino, la bici non era neanche sua, l’avevano presa a noleggio.

Anna si era commossa e presa ormai dalle confidenze reciproche aveva raccontato all’altra donna l’infanzia di Aurora, perennemente minacciata dall’obesità, ma aveva parlato anche della sua forza di non piangersi addosso, mai e di quel suo carattere sempre alla ricerca di qualcuno da aiutare e da amare.

- Quando è nata, mi hanno detto che era un neonato macrosomico, io non sapevo neanche cosa significasse. Mi sembrava una cosa ottima che pesasse quattro chili e ottocento grammi, figurati! E invece… sono quattordici anni che la tengo a dieta, povera figlia.

L’indomani, dopo una lunga chiacchierata con sua madre Andrea aveva chiesto scusa ad Aurora.

- Scusa per ieri, ero nervoso.

- Ti sei innamorato, vero? Per questo sei nervoso?

- Non lo so se sono innamorato, mi piace Carolina. Lei mi fa sentire male… non posso spiegarti.

- E’ bella, Carolina, – aveva convenuto Aurora, senza acredine, ma con un rospo in gola che non riusciva proprio ad ingoiare.

- Non sapevo che tu avevi avuto un fidanzato, un interessante ragazzo sulla sedia a rotelle, – sorrise lui indicando la sua carrozzina.

- Non era il mio fidanzato, eravamo troppo piccoli. Era il mio amore.

 

 

 

 

Jamal

 

                                                                                                                   8/9  agosto 2014

 

 

 

- Vado al market a prendere un po’ di cibarie da mettere in frigo. C’è qualcosa in particolare che vuoi? – chiese Aurora, prendendo il borsellino dove tenevano il fondo cassa per la vacanza.

- Perché, non posso venirci anch’io?

Aurora avvampò.

 – Ma certo, scusa. Pensavo che volessi fare una doccia e riposarti un po’.

- Non fatico a venire. Mi spingi tu, – e le sorrise di traverso.

Al piccolo market del campeggio Andrea dovette fermarsi vicino alla cassa, il locale era minuscolo e lo spazio nelle corsie tra scaffali stipati di merendine, bibite, verdure e taralli era davvero poco. Anche per Aurora ed i suoi novanta chili non era facile. Così lei strillò dall’interno: – Vuoi merendine al cioccolato o alla marmellata? – e lui di rimando, sempre gridando, – Marmellata! E’ meno calorica!

- Pollo e patatine fritte per cena, ok?

- Ok!

Quando Aurora gridò ancora qualcosa di incomprensibile, la cassiera tradusse ridendo che la sua amica voleva sapere se preferiva birra chiara o scura.

- Prendile entrambe! – concluse Andrea.

Tornarono al bungalow con quattro borse colme di spesa, Aurora non poteva neanche pensare di lasciare vuoto uno dei ripiani del frigorifero.

 

Alle sette del mattino la spiaggia era deserta; le uniche forme di vita erano i gabbiani che garrivano e sfioravano l’acqua, l’aria era fresca e pulita. Aurora spinse La Pimpa fino alla fine del camminatoio, vicino all’ ombrellone assegnato al loro bungalow e sistemò sulla spiaggia due teli da mare. Andrea scrutava il movimento dell’acqua, ancora assonnato. Aurora lo sollevò delicatamente, fino a prenderlo in braccio, lui le legò le sua braccia attorno al collo e, continuando a guardare il mare, si lasciò adagiare sulla sabbia. Restarono sdraiati sui teli, in silenzio. Aurora stava fantasticando di rimanere lì per sempre, a fare nulla, quando Andrea le toccò una spalla e le indicò una figura distesa sulla sabbia, poco lontano, sotto una sporgenza di roccia. L’individuo sembrava dormire, ma Aurora si sentì osservata e si sollevò sui gomiti per vedere meglio. Era solo un ragazzo, il bianco degli occhi spiccava sulla pelle d’ebano. Li stava fissando. Aurora tornò a sdraiarsi, era di certo un venditore ambulante, un vu cumprà. Veramente credeva che questi ragazzi la notte rientrassero da qualche parte, in una casa o in qualche centro, non che dormissero dove capitava. Ma forse non era per tutti uguale.

Il ragazzo si alzò e si avvicinò cautamente ai due. Lei ne percepì la presenza quando la sua ombra coprì il sole e spalancò gli occhi.

- Ho fame. I’m hungry, – sussurrò quello con la mano tesa. Anche Andrea aprì gli occhi.

Aurora rispose alla richiesta con un sorriso, poi si alzò faticosamente e prese la borsa termica appesa ad un bracciolo della Pimpa. Ne tirò fuori due merendine e una lattina di Cola e porse tutto al ragazzo.

- No, grazie. Un euro, – disse quello respingendo l’offerta con le mani e scuotendo la testa.

- Non ho soldi qui con me, mangia questo intanto, dai, – lo incoraggiò la ragazza.

- No, non può prendere. It’s too, troppo.

- Allora ce la dividiamo, tieni prendi questa, l’altra la mangio io. Siediti qui. Sit down here.

Andrea sorrise al giovane e gli disse: – Ehi, è meglio che le mangi tutte e due. Due, capito? – indicò e contò le merendine con un dito, - Lei non ne ha bisogno, – poi indicò Aurora e mimò una cosa grossa, gonfiando le guance.

Aurora lo colpì con la borsa termica, ridendo.

- Come ti chiami? – chiese Andrea, sollevandosi a fatica su un gomito.

- Jamal – rispose lui e sorrise per la prima volta, mostrando una fila di denti grossi e bianchi da fare invidia.

Jamal aprì l’incarto della merendina e si piegò sulle gambe, ingollò il dolcetto in un batter di ciglia e Andrea considerò che non aveva mai visto nessuno fagocitare il cibo più velocemente di Aurora; ne restò stupito. Allora la ragazza porse a Jamal anche l’altra merenda e questa volta lui accettò senza fiatare; la borsa termica gli dovette sembrare un pozzo senza fondo quando Aurora tirò fuori una banana ed una pesca. La banana era stata una sua premura per Andrea che, secondo lei, necessitava di potassio più di chiunque altro, perciò la mise in mano all’amico e passò la pesca a Jamal.

- E’ già lavata, mangiala con la buccia.

Jamal la guardò come chi non ha capito e lei mimò il gesto di addentare.

Non parlarono più per una mezz’ora; Jamal, stanco della posizione accucciata, si era seduto sulla sabbia di fronte ai due ragazzi. Doveva andarsene, voleva ringraziarli e mettersi in cammino, però aveva bisogno di qualche soldo e non trovava il coraggio per chiederli ai due bianchi gentili. In spiaggia cominciava a scendere qualcuno, una coppia di anziani in pantaloncini e cappello di paglia, li oltrepassò passeggiando sulla riva, l’uomo alzò il bastone verso di loro in segno di saluto. Poi scese una giovane mamma con un neonato  e pian piano la spiaggia prese ad animarsi. Andrea disse ad Aurora che potevano tornarsene al bungalow, per i suoi gusti l’ambiente si stava restringendo, lei propose di stare qualche altro minuto, tanto i loro coetanei non sarebbero scesi così presto. Cercavano di evitare i giovani, se possibile. C’era un tacito accordo tra loro due, dove c’era troppa gioventù giravano al largo. Il contatto stretto con i coetanei lo avevano subito in qualche modo per tutti gli anni della scuola, fino alla maturità. Poi all’università era andata meglio perché senza obbligo di frequenza, potevano permettersi di  non condividere spazi con gli altri.

Jamal si alzò, un mucchio d’ossa alte almeno un metro e ottanta, si spolverò i pantaloni rossi e si sistemò la camicia a scacchi, non aveva il coraggio necessario per chiedere ancora qualcosa a quei due, così tese loro la mano – Grazie sorella, grazie fratello.

Aurora gli strinse la mano e gli disse: – Io mi chiamo Aurora, lui è Andrea. Ma tu vendi qui, sulla spiaggia? Cosa vendi? What are you…ehm…

– Selling? – continuò per lei Andrea.

Jamal allargò le braccia: – Io parlo italiano, io no ambulante.

Aurora si voltò verso l’angolo da dove era venuto e in effetti non c’erano buste o borsoni di nessun genere, il ragazzo aveva con sé solo una bustina di plastica, di quelle per la spesa.

- Io andare dove c’è lavoro per me. Per vivere.

- Da dove vieni?

- Sicilia.

Due ragazzini turbolenti passarono di corsa tra di loro, alzando sabbia e acqua, ridendo. La gente cominciava a scendere a frotte, l’arenile si stava popolando di vita.

- Deve andare, tardi. Grazie tanto a voi per me, – Jamal poggiò una mano sul cuore e si avviò sul bagnasciuga.

- Aspetta Jamal! Aspetta un momento, – lo fermò Aurora raggiungendolo, - Non sei siciliano, ovviamente.

- No, io Nigeria, – sorrise quello.

C’era qualcosa in quel ragazzo che induceva Aurora a trattenerlo, forse era quell’aria affamata, forse era la giornata così bella, forse la felicità di trovarsi al mare e sentirsi padrona del suo tempo; qualcosa la spinse a non lasciarlo andare.

- Saliamo? – chiese rivolgendosi ad Andrea che assentì. Poi fece un cenno con la mano a Jamal, chiedendogli di aspettare.

 – Stai ancora un po’ con noi, parliamo un po’, ti va?

Jamal non si mosse, anche se non capiva di cosa dovessero parlare, non si mosse; era abituato ad obbedire del resto e quella di Aurora, per essere un’imposizione, era gentilissima.

Sgranò gli occhi quando vide la ragazza sollevare di peso Andrea, per sistemarlo sulla carrozzina. Non aveva capito che quella sedia era sua e si affrettò a dare il suo aiuto, ma Andrea lo scansò con una mano.

 

 

 

Mongolfiera

 

                                                                                                                              2005

 

Durante tutto il secondo ginnasio Andrea restò invaghito di Carolina che se ne era accorta subito e non disdegnava i suoi lunghi sguardi, i suoi improvvisi rossori, le sue titubanze. Certi giorni, invece di andarsene in giro per l’istituto, lo aspettava per fare ricreazione insieme, con grande rammarico di Aurora che si metteva da parte, in silenzio. Quando Aurora era stata assente una settimana per un’influenza, Andrea non era rimasto da solo al banco, Carolina si era spostata al suo fianco.

- Posso approfittare di questo posto libero? – gli aveva chiesto con quella voce squillante, mentre lui fissava le sue labbra rosse che si muovevano morbide e le efelidi intorno al naso perfetto.

- Approfittiamo che la balena non c’è, – aveva aggiunto ridendo la ragazza.

Andrea non spense il sorriso, anche se qualcosa, dentro, gli sembrò scricchiolare, ma non riuscì a ribattere nulla, continuò a sorridere e basta. Si sentì complice. Stupido, stupido, stupido, si era dato poi dello stupido per tutto il pomeriggio a casa, gli era venuta addirittura voglia di piangere, per la balena. Balena balena balena. La balena poi gli aveva telefonato per chiedergli i compiti e lui l’aveva trattata con sufficienza, chiudendo presto la chiamata con una scusa; parlare con lei lo imbarazzava perché Carolina parlava male di Aurora; ma Carolina era bella e lui era un debole.

Aurora la cicciona era rimasta in disparte dopo il rientro a scuola. Carolina non aveva voluto restituirle il posto, il suo posto. Aurora aveva meditato di ritirarsi da scuola, facendo imbestialire sua madre e suo padre, poi aveva elaborato un piano per riconquistare, anzi, per conquistare (perché non è che lo avesse mai conquistato, semmai se lo era preso) Andrea, così si era tagliata i capelli e a forza di lagne aveva costretto sua madre a permetterle di fare i colpi di sole.

Davanti allo specchio, provando un paio di leggins con una grossa tunica a fiori gialli che le arrivava sopra le ginocchia, sua madre le aveva detto: - Stai bene! Guarda quanto stai bene!

Le madri mentono, che questo si sappia. Mentono per far felici i figli, mentono a fin di bene, non sempre, ma spesso. Arrivata a  scuola con il nuovo look, quella mattina ne sentì di tutti i colori, ma il più gettonato fu l’appellativo di Mongolfiera a girasoli.

Era abituata perché alle elementari e alle medie le dicevano di peggio, ma allora c’era Giuliano con lei. Giuliano da accudire, da aiutare a ricreazione, da accompagnare al bagno aspettando l’assistente. Giuliano era un po’ la sua corazza e lei ci si nascondeva dietro, vivevano in simbiosi, l’uno per l’altra.

Ma adesso Giuliano non c’era più, l’unico che l’avesse considerata amica, l’unico che non guardava il suo grasso, ma guardava lei.

Stare lontana dal banco di Andrea non le impedì di pensarlo giorno e notte. Appena metteva la testa sul cuscino, sognava Andrea che veniva a cercarla a casa, pentito e dolce come un muffin, le portava dei fiori e le chiedeva di tornare ad occupare il suo posto, al suo fianco. E sognava vendetta contro Carolina, che voleva diventare sua amica perché, nel sogno, la grassa era lei.

Un pomeriggio era andata a confidarsi con Lucia, l’insegnante di sostegno delle elementari; la rivedeva di tanto in tanto ed ora che era più grande poteva considerarla un’amica. Quanto avrebbe voluto essere come lei, gli anni passavano, ma Lucia era sempre perfetta. E gentile. Aurora le aveva raccontato il suo cruccio e le aveva descritto Carolina come una vipera.

- Che devo fare? - le aveva chiesto piagnucolando.

- Intanto non piagnucolare. Al cuore non si comanda, Andrea è libero di farsi piacere qualcuna, ma non per questo devi smettere di volergli bene, non sarebbe giusto. Comportati come sempre, Andrea è comunque tuo amico, in questo momento conta l’amicizia. Anzi perché non ne parli con lui?

– E quando? Sta sempre con lei… voglio solo che Carolina non rovini la nostra amicizia.

- Ma no, vedrai, se l’amicizia è forte come penso, non vi dividerà nessuno. Parla con Andrea, raccontagli i tuoi dubbi.

- Io avevo trovato un’altra soluzione, invece.

- Quale?

- Avvelenarla.

Avevano riso insieme ancora per un po’, poi Aurora era tornata a casa. La sera Lucia l’aveva chiamata al telefono; Aurora aveva scherzato, certo, ma lei si era inquietata un po’ e si era voluta tranquillizzare. Perché non si sa mai.

 

 

 

 

Lampedusa – Padova

 

 

 

9 agosto 2014

 

 

 

Jamal non si era reso conto che quel ragazzo aveva problemi alle gambe. Seguì in silenzio Aurora che spingeva la carrozzina; siccome la strada era tutta in salita, si offrì di aiutarla e Aurora lasciò a lui l’onere di arrivare fin sulla rampa del bungalow.

Arrivati, Andrea si chiuse in bagno e Aurora preparò la moka per il caffé.

- Tu lo bevi il caffé?

Jamal si era avvicinato alla porta e sbirciando all’interno rispose: – No, non disturbare, no grazie.

- Ma quale disturbo. Dai siediti, vieni.

 Aurora portò fuori un pacchetto di patatine e una bottiglia di acqua, poi su di un piatto sistemò tre tazzine, zucchero e cucchiaini. Quando Andrea uscì dal bagno, il caffé era già nelle tazze. Jamal teneva la sua con due mani, ad ogni minimo rumore si voltava, era guardingo come un ricercato. Aurora pensò che fosse in fuga, Andrea glielo chiese direttamente.

- Stai scappando? Da qualcuno? Quando sei arrivato dalla Nigeria?

Jamal posò la tazzina sul tavolo e Aurora gli mise in mano il pacchetto delle patatine, aperto. Jamal considerò che se lui mangiava poco quei ragazzi forse mangiavano troppo, a ritmo continuo.

- Io arrivato da Nigeria tre anni fa, con barca. Lampedusa.

- Lampedusa!? – strillò Aurora, - Sei uno dei sopravvissuti agli sbarchi? Oddio Jamal, povero…

- Io sì, vivo. Amir, fratello, non trovato più.

Andrea si passò una mano tra i capelli, colpito dalla situazione.  - Mi dispiace molto per tuo fratello. Hai altri parenti qui?

Jamal scosse la testa e spiegò che solo lui ed Amir erano venuti in Italia. In Nigeria erano rimasti soli, avevano perso i genitori e tre sorelle  nell’attentato in una chiesa due anni prima.

- Quanti anni hai? – gli chiese ancora Andrea.

- Ventidue adesso.

- Noi ne abbiamo ventiquattro… ma, perché ora sei qui? Sei scappato da Lampedusa? Sei clandestino? – abbassò la voce per chiederlo, la storia poteva avere risvolti inaspettati.

Jamal pescò una patatina con due dita e la tenne un momento così, a mezz’aria tra busta e bocca, poi finalmente la mangiò.

- Io stato due anni Centro Accoglienza. Quasi due anni. Rosaria insegnato italiano, io fatto scuola di italiano, permesso scaduto e ora io irregolare, no clandestino, –  poi sorrise indicando il pacchetto di patatine, – Buone.

Aurora si alzò di scatto, quel ragazzo doveva avere fame; entrò nel bungalow, armeggiò qualche minuto e infine uscì con un pacco di biscotti, una bottiglia di latte e altre merendine. Andrea strabuzzò gli occhi e sbuffò; Aurora credeva sempre di poter risolvere qualsiasi problema con il cibo.

- Hai fame vero? Mangia, Jamal, mangia.

- No, grazie sorella…

- Chiamami Aurora.

Andrea sghignazzò: – Sorella Aurora… ti ci vedo come suora.

- Sì, ridi tu! Guarda che c’è stato un periodo in cui volevo farmi suora davvero, alle elementari. Quando ho fatto la comunione, il padre di una ragazzina del mio gruppo mi ha visto vestita da suora (perché eravamo tutte vestite da suora) e ha detto che io sembravo la madre badessa, ‘sto cretino!

- Era una battuta! – fece ironico Andrea.

- Battuta? Lo hanno sentito tutti, ti rendi conto? E ridevano tutti, deficienti… papà voleva ammazzarlo, sai. E io ho pensato di chiuderla lì e di farmi suora per davvero.

- E com’è che non ti sei fatta monaca? – tagliò corto Andrea.

- Mia madre, secondo te, non mi ammazzava prima?

Jamal li guardava, non era riuscito a seguire il discorso e stava masticando lentamente un biscotto. Aurora gli versò un bicchiere di latte.

- Mangia Jamal!

Lui obbedì e, sollecitato, raccontò della carretta del mare che era arrivata sulle coste di Lampedusa nel 2011 e aveva lasciato nel suo percorso trenta vittime. Jamal, insieme agli altri scampati alla morte, aveva trovato ricovero nel Centro di accoglienza dell’isola. Per molti giorni era stato trattato con affetto ed attenzioni, poi pian piano l’interesse per loro era sfumato; arrivavano nuovi migrantes ogni giorno, l’isola era piena di gente, non sapevano più come smistarli. Alcuni furono trasferiti in altre città, ma lui era rimasto lì, perché in mare le squadre di sommozzatori cercavano ancora Amir e gli altri dispersi. L’angoscia era durata settimane, finché le ricerche si erano interrotte.

- E poi andato con quattro compagni a prendere uva poi olive poi pomodori. Per soldi. Io devo andare a Padova.

Aveva colto pomodori per oltre due mesi, poi si era ammalato e l’avevano cacciato.

- Ora elemosina per andare a Padova. Là c’è Idris, cugino.

Aurora si accese una sigaretta, guardò il fumo levarsi a spirale e per un po’ non parlò. Andrea sapeva che stava escogitando qualcosa o, per lo meno, stava cercando di trovare una soluzione al dramma di Jamal. Quando stava zitta era più pericolosa di quando parlava. Ma come le veniva in mente che poteva trovare una soluzione ad un problema ingestibile come quello degli immigrati?

- Senti Andrea… - esordì dopo aver spento la sigaretta.

Andrea era pronto. A quanto pareva Aurora aveva trovato qualche dilemma al quale metterlo di fronte.

 

 

 

Torna al tuo posto

 

2005

 

 

Quando finì il secondo anno di liceo, Aurora evitò di chiamare tutti i giorni Andrea soltanto perché sua madre glielo impedì.

- Aurò, se adesso Andrea ha una nuova amica… insomma, lascialo stare in pace. Dai.

- Amica? Quella è la fidanzata, stanno insieme, – aveva risposto la figlia infervorata.

- Motivo in più per lasciarlo stare, no?  Se tu trovi un ragazzo che fai, ci esci insieme ad Andrea?

- Io!? Io trovo un ragazzo?

- Bè perché, che hai che non va? – aveva risposto candida Anna.

Le madri mentono sempre. O forse non ci vedono bene per via del famoso amore per i figli che, a quanto pare, le acceca.

All’inizio del nuovo anno scolastico, però, qualcosa era cambiato.

Carolina era seduta in fondo all’aula, al fianco di Marco (il più figo della scuola, a detta della popolazione femminile dell’istituto) e sembravano intimamente connessi tra loro. Andrea era al suo posto, il solito, accanto alla finestra dove c’era più spazio per le manovre della Pimpa. Aurora non si era avvicinata. Aveva trovato un posto libero dietro, accanto ad Eleonora, che per due anni era stata pappa e ciccia con Federica e dato che Federica aveva cambiato scuola, ora era sola.

- Ciao Ele, mi metto qui, ti dispiace?

- Dispiace a me! – aveva gridato Andrea, senza voltarsi. Aurora era avvampata, ma dentro di lei suonavano non solo le campane, ma un’intera orchestra d’archi. La professoressa di storia dell’Arte aveva guardato Andrea come se non lo avesse mai visto; in due anni la voce del ragazzo si era sentita esclusivamente durante le interrogazioni e sempre un tono più bassa delle altre.

- Castellari! Allora? Che modo è? E tu Baldrini, perché hai cambiato posto?

Aurora considerò impossibile che la prof non si fosse mai accorta che quel posto le era stato usurpato l’anno precedente.

- Scusa Ele, ti dispiace se…?

- No, no. Figurati.

Così riprese il suo posto a fianco ad Andrea, ma non lo guardò per tutta la mattinata, masticando violentemente un chewingum tanto da indolenzirsi la mandibola.

Quando era suonata la campanella la classe si era svuotata nel giro di un minuto scarso, Andrea si era posizionato per uscire e aspettava soltanto che lei si alzasse per lasciarlo passare. Ma lei non si muoveva.

- Auro, avrei fame

- Ehi? Sono io quella che ha sempre fame. Sono io la cicciona. Sono io la balena famelica.

- Ma che dici? Sei matta? Che ti prende?

- Niente. Scusa, passa.

Aurora si era alzata e aveva spostato il banco per fare spazio alla Pimpa.

Non si erano detti più niente a quel proposito, l’anno era iniziato ed era finito e loro erano tornati ad essere la coppia di diversi più chiacchierata del liceo.

Ma quello che rendeva felice Aurora era che Carolina e Marco filavano d’amore e d’accordo. Non avrebbe dovuto commettere un omicidio.

 

 

Primi approcci

 

9 agosto 2014

 

 

La spiaggia ormai era gremita, il caldo era afoso e l’umidità attaccava addosso i vestiti; Aurora avrebbe fatto volentieri un bagno, ma pensò di rimandare alla sera, quando la spiaggia sarebbe tornata semideserta. Affrontare il giudizio di tutti quei bagnanti, per lo più magri o di poco sovrappeso, sarebbe stato troppo pesante. Aveva la testa già piena di idee, non poteva infilarci altro dentro, non ora.

Ora era impegnata a sistemare le schede del puzzle mentale che stava tentando di costruire. Si accese un’altra sigaretta mentre Andrea raccontava a Jamal il viaggio intrapreso il giorno prima per arrivare lì da Roma. Naturalmente gli aveva raccontato dello sbaglio di Aurora sull’autostrada e poi gli aveva confidato che erano amici perché erano stati compagni di scuola, ora universitari in due facoltà diverse. Lui Lettere e Filosofia, lei Scienze della Formazione.

- Lei vuole fare l’educatrice, vuole sempre avere qualcuno da accudire, – concluse scuotendo la testa pensieroso.

Jamal raccontò le sue peripezie, ben diverse dal viaggio dei due romani. La partenza dalla Nigeria, l’attraversamento del deserto e poi la Libia, dove lui e suo fratello avevano rischiato di essere arrestati. Infine la barca della speranza, poi trasformata in barca della morte. Parlava con aria trasognata, quasi che fossero ricordi molto lontani. Seduto comodamente in veranda, al fresco, con due ragazzi bianchi che lo avevano rimpinzato e ascoltato, si sentiva di vivere in un sogno e ancora non si capacitava. Tutto era così inverosimile. Aurora era forte, pensò. Forte e buona, tenace, materna. Andrea era più schivo, meno affettuoso, ma bravo. Chissà perché non camminava, non poteva permettersi di chiederglielo, lui non poteva permettersi niente.

- Sì mamma, sì certo, lo so.

Anna aveva chiamato Aurora già due volte da quando erano arrivati a Paestum e innumerevoli altre volte durante il viaggio.

- Guarda che Angela ha paura che il figlio si indispettisce se lei gli telefona e così non lo chiama, povera donna. Dì ad Andrea di chiamarla, per piacere!

- E tu dille che stiamo bene, anzi benissimo. Stamattina siamo stati in spiaggia.

- Ah, e allora?

- Allora che?

- Che ne so, vi trattano bene?

- Mamma! – Aurora sospirò rumorosamente, - Stai tranquilla, un bacio e abbraccia Angela, stasera vedrò di farla chiamare dal figlio.

Chiuse la chiamata e prese il cellulare di Andrea dal comodino; la batteria era quasi a terra, non lo aveva neanche messo in carica. Allora gli porse il suo: – Chiama tua madre, Andre, un minuto, la tranquillizzi e attacchi, dai.

- Dopo.

- Ok, come vuoi, ma credo che…

- Tanto le notizie le arrivano da tua madre, no? Che cosa cambia?

- Come cosa cambia? Penso che per una madre sentire la voce del figlio sia importante, sicuramente la fa stare più tranquilla.

- Sei madre, tu?

- Quanto sei scemo. Non sono madre, ok. Sai che ti dico? Fai come ti pare.

Jamal intanto aveva bevuto il latte e non sapeva cosa fare di se stesso; se ne stava seduto, guardava e ascoltava i due ragazzi senza capire molto dei loro battibecchi. Si chiese cosa ci facesse ancora lì tra loro. Doveva andare. Si alzò, impacciato, si pulì le mani sui pantaloni e fece un cenno con la mano per salutarli.

Aurora lo tirò per un braccio: - Dove vai? E’ quasi ora di pranzo, ora prepariamo la pasta. Siediti, dai, – gli ordinò, 

- Andrea fa le penne alla puttanesca più buone di Roma, vero Andre?

- Non hanno tutti la tua stessa fame e poi lui deve arrivare a Padova, – replicò Andrea.

- Se deve andare, ci andrà dopo, a stomaco pieno. Quanto tempo è che non mangi, Jamal?

Il ragazzo poteva mentire, ma scelse di essere onesto rispondendo che non toccava cibo da due giorni.

– Però mangiato prima con voi.

Aurora tirò su una filippica sul fatto che stare digiuni per un giorno non era contemplato dalla natura stessa, figuriamoci per due giorni. E poi chissà cosa aveva mangiato, magari un frutto rubato da un albero per strada o qualche avanzo da un cassonetto dei rifiuti. Quando concluse il suo comizio, Jamal si era seduto di nuovo, lei mise l’acqua sul fuoco e fissò Andrea, indicandogli la cucina con lo sguardo.

Andrea sbuffò e rientrò, cominciò a tirare fuori dagli armadietti gli ingredienti: passata, olive, capperi, Aurora aveva comprato proprio tutto.

Mentre lei apparecchiava, Jamal si era appoggiato alla recinzione di legno della veranda e guardava il mare. Il mare gli aveva portato via Amir, lo separava dalla sua terra e gli sembrò che lo separasse anche da suo futuro. Dal bungalow accanto arrivava un profumo irresistibile di carne arrosto; Jamal sporse un po’ la testa e vide un uomo indaffarato attorno ad un piccolo barbecue, sventolava le braci con un giornale e intanto sorseggiava del vino. Era di buon umore, canticchiava. L’uomo notò Jamal e gli fece un cenno di saluto sorridendo, il ragazzo fu preso alla sprovvista, ma alzò una mano per contraccambiare e sorrise timidamente a sua volta.

- Buon appetito! - fece l’uomo.

- Grazie, anche a voi! – squillò la voce di Aurora, - Cos’è, pollo?

- E sì, si sente?

- Altrochè! Buon pranzo.

- Se vi serve qualcosa, ragazzi, io e mia moglie siamo campeggiatori esperti! Chiedete pure, io sono Paolo.

- Grazie Paolo, grazie tante per l’offerta.

Andrea uscì dal bungalow, il sugo era pronto e restava da scolare la pasta. Aurora si infilò a fatica tra la Pimpa e lo stipite della porta e fischiettando scolò la pasta. Era allegra, si sentiva leggera. Come quando da bambina faceva il pagliaccio per Giuliano che la guardava un po’ di sbilenco e tentava di applaudire le sue performances. Quando giocava con lui e si esibiva per lui si sentiva impalpabile come polvere, sottile, ballava, si contorceva e faceva smorfie e poi la notte sognava ad occhi aperti. Sognava che, così come Klara ricominciava a camminare grazie all’ostinazione e all’amore di Heidi, anche Giuliano un giorno si sarebbe alzato da quella sedia e insieme a lei, avrebbe corso a perdifiato per i prati. Come Heidi e Klara.

- E’ pronto!

Impiattò le penne e si accomodò a tavola; solo dopo che Aurora e Andrea ebbero iniziato a mangiare, Jamal prese timidamente la forchetta e assaggiò la pasta. Non alzò più la testa dal piatto finché non ebbe raccolto l’ultimo pezzetto di oliva. Aurora gli accarezzò un braccio con le dita e lui si ritrasse, istintivamente.

- Scusa, è che avete la pelle così…  intendo la pelle scura, è così liscia e perfetta. La mia è più ruvida, vedi?

Jamal rivolse i palmi bianchi in alto: - Io non so.

Lei ipotizzò che ci doveva essere una spiegazione scientifica a questo fatto e Andrea non mancò di puntualizzare che se il segreto, per esempio, fosse stata la fame, era facile spiegarsi perché Aurora non avesse la pelle liscia da neonato.

Aurora sorrise amaramente a Jamal: - Non è sempre così, lui. Fa lo stupido perché ci sei tu e non ti conosce.

Andrea allungò un braccio e le diede un buffetto sulla guancia:

- Mi stai giustificando? Sono forse un bambino? Dai, che la tua pelle non è poi così ruvida…

Aurora arrossì e invidiò il nero ebano di Jamal che poteva arrossire quanto voleva senza doversene vergognare.

 

....

 

 

 

 

 

 

 

 

Il viaggio di Marco

Questo racconto nasce per ricordare.

E’ un omaggio, semplice, banale forse, alla memoria di una persona stupenda.
Un regalo a chi quella memoria la conserverà per sempre, a chi lo ha amato e chi lo ha conosciuto.
Marco è stato un ragazzo buono, gentile, altruista. Ha amato tanto, è stato tanto amato.
Ho scritto il racconto che segue, ispirandomi alla sua vita, tratteggiando il personaggio principale, Marco appunto, così come l’ho immaginato dal racconto dei suoi cari. Il resto è pura fantasia.  

 

 

l'incipit

Uno

 

“Ciao Marco! Ci vediamo domani?” chiese Pavel rincorrendo il ragazzo che stava uscendo dal campetto di calcio.
“Ma certo, continueremo ad allenarci. Ora vai a fare la doccia e ricorda a Lin di finire i compiti!”.
Marco era soddisfatto di come procedevano gli allenamenti della sua squadra di calcio, la Giovani Senza Frontiere.
L’aveva fondata lui e lui aveva pensato il nome da dare a quella strampalata squadra di quindici ragazzini, di tutte le nazionalità o quasi. Era formata da due pakistani, tre romeni, un cinese e quattro senegalesi; cinque erano romani de Roma, come Marco.
Li aveva reclutati alla Casa Famiglia che sorgeva  non lontano dalla sua casa. Ci passava davanti ogni giorno e li vedeva spesso giocare e più spesso ancora litigare tra di loro. Creature dagli otto ai dodici anni, sole ed infelici. Due di loro erano stati fermati dalle forze dell’ordine più d’una volta, per piccoli furti.
Marco aveva un cuore troppo grande per non trovarci uno spazio per quelle facce sporche, sdentate, bellissime.
L’idea gli era balenata all’improvviso il giorno che, passando vicino all’edificio che ospitava la Casa Famiglia, era stato colpito da una pallonata. Non se l’era presa, anzi, aveva rilanciato il pallone e s’era fermato a guardare quelle gambe veloci, bianche, gialle, nere. Gambe magre e ossute, ancora immature, ma piene di brio e vitalità.
Così era nata la “Senza Frontiere” e Marco ogni giorno dedicava gran parte del suo tempo libero a quei calciatori in erba.
Aveva ventisei anni, Marco, ed era soddisfatto del suo lavoro di buyer; era il responsabile acquisti di una grande azienda  ed era molto stimato.
Ma allenare i suoi ragazzini, passare tempo con loro, insegnare loro non solo le tecniche del calcio, ma le regole della vita, era ciò che rendeva davvero piena e completa la sua esistenza. Dare a quei giovani sfortunati l’amore che non avevano mai avuto, rendeva la sua vita degna d’essere vissuta. E ne era fiero.

Marco stava ancora salutando Pavel, distratto, quando urtò contro un uomo, un vecchietto dall’aria fragilissima che all’impatto rovinò a terra.
Non lo aveva visto, un attimo prima non c’era, Marco ne era sicuro. La strada a quell’ora, con quel caldo, era deserta. Eppure ora era lì, a terra e si lamentava.
Marco si chinò in fretta su di lui, aiutandolo ad alzarsi; lo sollevò come fosse una piuma, era leggerissimo, quasi inconsistente.
“Mi scusi, davvero. Non l’avevo vista! Mi dispiace molto…”
“Oh, non è nulla, sono abituato a queste cadute… eh, eh.”
“Si è fatto molto male? Potrei accompagnarla al Pronto Soccorso, ma ho la moto e non so se è il caso…”
“Ma no, non serve; stai tranquillo Marco” rispose sorridendo l’anziano.
Marco, che gli stava togliendo delicatamente la polvere dagli abiti, gli chiese stupito: “Sa come mi chiamo? Ci conosciamo?”.
“Sì, certo. Cioè no, tu non mi conosci, ma io conosco te”.
“Non capisco…”
“Mi offri un caffé?” gli chiese in risposta l’altro.
Marco sgranò gli occhi e, seppur interdetto, rispose di sì.
“C’è un bar qui all’angolo, le offro volentieri un caffé o quello che desidera. Se la sente di camminare?”.
Il vecchietto, che non sembrava affatto acciaccato né dolorante, annuì.
“Tranquillo ragazzo, sto benissimo e… mi chiamo Cronos, dottor Cronos” disse porgendogli la mano.
Si avviarono verso il bar dopo una vigorosa stretta di mano e Marco non poté fare a meno di notare che l’uomo non sembrava poi così vecchio, visto che procedeva spedito, più veloce di lui.
Ordinarono due caffé alla ragazza dietro il bancone e presero posto ad un tavolino vicino all’entrata.
“Adesso posso sapere come mai mi conosce, signor Cronos?”
“Dovrei raccontarti una storia per spiegartelo, Marco. Ma ci vorrà un po’ di tempo”.
“Tempo” ripeté Marco, “Cronos significa tempo… comunque io di tempo ne ho. Posso ascoltarla”.
“Bene allora, bevi il tuo caffé intanto. Spero che tu non abbia preso impegni per cena”.
“Per cena? Ma quanto è lunga ‘sta storia?”.
“Oh caro, la storia è breve; è che non so se dopo averla ascoltata, potrai o vorrai rincasare, stasera…”.
“Mi sta inquietando Dottor Cronos”. disse Marco costringendosi a sorridere. La musica che creava il sottofondo nel bar cessò all’improvviso.
Attraverso il vetro Marco vide passare Antonio, Tiziano e Pavel, tre dei suoi ragazzi.
“Ciao Marco! A domani!” gridarono quelli e lui rispose  al saluto con un sorriso, agitando la mano.
“Vengo dal passato, Marco” Cronos lo disse così, tranquillamente, come se avesse detto che veniva dall’altra parte di Roma.
“Prego?” chiese Marco attonito.
“Più di trecento anni fa è stata realizzata la prima, vera ed unica macchina del tempo. L’ho inventata io, modestamente…”.
Marco fece per alzarsi dalla sedia. “Senta dottor Cronos, ripensandoci credo di avere qualcosa da fare, mi dispiace”.
Cronos lo trattenne per un braccio, lo guardò con due occhi profondi e quieti e gli disse: “Fidati di me, Marco”.

 

Due

Il tempo passò veloce, Marco non avrebbe saputo dire se erano rimasti nel bar due ore o due giorni. Il dottor Cronos parlava e parlava, sereno, con una voce carezzevole. Ascoltarlo era un piacere.
“Quando la mia macchina del tempo fu pronta, la battezzai col nome di Tempora. La mia creatura non aveva precedenti, credimi. Lavoravo con un gruppo di scienziati esperti ed affidabili che però non vollero mai intraprendere nessun viaggio con me. Non ne ebbero il coraggio. Nemmeno quando potevano constatare che alla fine tornavo sempre da ogni impresa, nemmeno allora si fidarono completamente di me e di Tempora.
Io intanto scorazzavo si qua e di là; sono stato alla corte di Re Artù, ho chiacchierato con Leonardo mentre dipingeva L’ultima cena. Da Vinci, capisci? E sono stato anche nel futuro, haimé”.
Marco ascoltava, rapito, ma non sapeva cosa credere: certo come affabulatore Cronos era in gamba, ma chi poteva garantirgli che dicesse la verità? Poteva essere semplicemente un vecchio pazzo.
“Uno dei viaggi più interessanti che ho fatto è stato quando sono partito con Colombo. Cristoforo, hai presente?”.
“Sì, certo, dottore, ma ecco, vede io non sono sicuro di capire cosa voglia da me. Tra l’altro non so neanche che ora sia, il mio orologio si è fermato. Quanto tempo è ormai che siamo qui?”.
“Il tempo… proprio questo è il fulcro, caro Marco. Il tempo. Non ha importanza lo spazio in cui tu ti trovi, ma il tempo. Il tempo ora è fermo. Per te e per me”.
Fuori iniziava ad imbrunire, il bar era deserto e della ragazza dietro al bancone non c’era più traccia.
“Lei prima ha detto di avere costruito la sua macchina del tempo trecento anni fa, e io dovrei crederle? Quanti anni ha?”.
“Ne ho molti più di trecento, caro, se conti gli anni che ho passato facendo avanti e indietro nel tempo. Da casa mia mi assentavo sempre pochi minuti… ma stavo anni ed anni nel tempo che sceglievo di visitare. Lo spazio è fermo, il tempo è mobile”.
Il vecchio Cronos continuò a raccontare.
Marco intanto rifletteva su un commissione che aveva lasciato in sospeso al lavoro. Domani dovrò chiamare quel cliente…
“Ma mi stai ascoltando Marco?”.
Il giovane si scosse, ormai dava per certo che Cronos non fosse sano di mente. Ma era troppo educato per dirglielo.
“Per farla breve, ragazzo mio, sono venuto a prenderti”.
La faccia di Marco era un punto interrogativo; cosa significava? Il vecchio era fuori di testa. Doveva assecondarlo o chiamare il centro psichiatrico? O forse il centro anziani?
“Mi dica la verità, dottor Cronos: è scappato da casa, o qualcosa del genere? Non vuole che la riaccompagni, magari vado a prendere la macchina…”
“Non serve la tua macchina, ragazzo, serve la mia per andare dove vorrei portarti. Ti fidi di me?”.
“Non è che non mi fidi di lei, ma a casa mi stanno aspettando e…”
“A casa capiranno. Chi ama, capisce sempre”.
Marco si grattò la testa: “Quando tornerei? E dove dovremmo andare?” chiese un po’ irritato, ora stava perdendo la sua notoria pazienza e Cronos se ne accorse.
“Vieni, laggiù dietro la curva, c’è Tempora”.
Si alzarono, Marco lasciò alcune monete su tavolo e lo seguì controvoglia. Fuori era tutto immobile e deserto, era come se il tempo si fosse fermato.
Dietro l’angolo di un edificio in ricostruzione, la vide: una macchina del tempo, aveva detto Cronos, a Marco quel ammasso di ferraglia sembrava più una vasca da bagno del settecento, soltanto un po’ più accessoriata.
“Sì, lo so, sembra una vasca da bagno. Perché lo è. Era la vasca di mio nonno, eh, eh”.
Marco sorrise, ormai era certo di essere in presenza di un folle, simpatico, ma folle. Però l’atmosfera che si respirava lì intorno a loro era strana, questo dovette riconoscerlo. C’era come un senso di quiete, di calma rassicurante. Si sentiva bene anche se era in balìa delle elucubrazioni di un povero vecchio mentalmente instabile.
“Non c’è proprio nessuno in giro, oggi, ma che succede?” chiese mentre si avvicinavano alla vasca da bagno.
“Siamo in un momento di non tempo, caro. Nei momenti di non tempo, ci si ritrova nel non spazio. E’ difficile da capire, ma è così. Noi siamo qui, a Roma adesso, ma contemporaneamente non ci siamo più”.
Sai da dove arrivo? Proprio da qui, da Roma, ma non nel 2013, bensì dal 2113. Roma città aperta, ti ricorda qualcosa?”
“Sì, è un film, vecchio. Bello”
“Ah sì, certo. Ma vedi, anche nel 2113 Roma sarà dichiarata città aperta, perché non venga bombardata. C’è in corso la terza guerra mondiale…”
“Terza? Io ho studiato la seconda; parliamo di fatti avvenuti intorno al 1940”.
Cronos raccontò che si era fermato per molto tempo nella Roma del 2113, dallo scoppio alla fine della terza guerra.
“Ma mi sono dato da fare, sai? Non sono stato uno spettatore, capisci? Ho aiutato tante persone, ho fatto scappare civili e soldati per non lasciarli nelle grinfie dei Marescialli, gli invasori. Ero avvantaggiato: conoscendo il futuro fino al 2200 circa, sapevo cosa sarebbe accaduto e mi sono permesso di modificare qualcosa, a fin di bene”
“Cronos, guardiamoci in faccia: io che c’entro?”
“Tu potresti fare molto Marco. Ti ho osservato, sai; tu ami i bambini, ami gli animali, sei altruista e sei pure bello, il che non guasta, eh, eh, eh. Ecco, qui a Roma, ma avanti di cento anni, ci sono dei bambini orfani, diseredati, sporchi e poveri, come quelli di cui ti prendi cura adesso. Potresti far molto per questi ragazzini del futuro che altrimenti non avrebbero futuro”.
Marco girò intorno alla vasca; sorrise, sospirò e chiuse gli occhi: gli sembrava di percepire qualcosa di indefinito nell’aria, si sentiva diverso.
“Ammettiamo per assurdo che io accetti di venire con lei e di salire su questo trabiccolo, che ne sarebbe dei miei ragazzini, della mia squadra dei Giovani Senza Frontiere?”.
“Oh, loro saranno in buone mai. Hai già provveduto a quei ragazzi e chi resterà qui porterà avanti il tuo lavoro, con lo stesso impegno, te lo posso assicurare”.
“Ma perché non dovrei tornare? Mia madre, mio padre, mio fratello…gli amici …”.
“E’ naturale che tu ti preoccupi per loro, ma loro ti conoscono, sanno e sapranno sempre che tesoro di figlio sei, che fratello fantastico sei. E che amico eccezionale sei. Sapranno di averti accanto anche se non ci sarai”.
Marco era perplesso: non voleva andarsene dalla sua casa, dalla sua famiglia, dai suoi affetti; lasciare il lavoro e tutte le attività che amava… ma la sua infinità curiosità, la voglia di fare, di creare, di aiutare prevalsero e alla fine accettò l’invito di Cronos.
“Ok, accetto, poi si vedrà”.
Cronos non perse tempo a rispondergli, lo tirò per un braccio e gli fece cenno di entrare nella vasca.
Lui entrò, un po’ titubante, l’abitacolo era piuttosto ridotto e strinse a sé lo zainetto che portava sulle spalle; volse lo sguardo intorno, la strada era ancora deserta, l’aria immobile, regnava il silenzio.
Cronos si infilò nella vasca a sua volta, accomodandosi di fronte al ragazzo. Sistemate le gambe, fece l’occhiolino a Marco e girò la manopola dell’acqua (quella dell’acqua calda, per l’esattezza), poi sussurrò: “Buon viaggio, Marco!”. E tutto accadde.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il libro si può acquistare on.line sul sito 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Straordinaria infelicità

Semifinalista Top 100 Concorso  Feltrinelli, settembre 2013

 

Italia anni '50. In un dopoguerra che in provincia si muove lento e pigro, la storia di una giovane donna, Beniamina e dei suoi sei figli.
La loro vita non va oltre la piazzetta di fronte la casa e la donna si protegge e protegge -morbosamente- i suoi ragazzini dal mondo esterno e dal probabile ritorno del padre emigrato in Svizzera, con un muro impenetrabile di segreti che spera l'aiutino a celare agli altri l'enigma del suo passato.
Ma non è facile, tanto meno scontato, riuscire a  nascondere alcune somiglianze...
L'amorevole generosità di Mario, l'amico di sempre,  la tristezza di Grazia, la gazzella senza gambe, la  genuina semplicità di Teresa, la benevola curiosità del postino Luigi, sono il contorno umano alla vita infelice di Beniamina.
Fino all'arrivo in paese di Mafalda, eccentrica zitella alla moda che, con la sua esuberanza, incrina la corazza di Beniamina.
Come una ventata d'aria fresca, una brezza che rinfranca corpo e mente, con la sua indipendenza, la sua sfacciata sincerità ed il suo ineguagliabile ottimismo, Mafalda tenta di fare breccia nel cuore e nei segreti di Beniamina. 

 

l'incipit...

 

I figli addolciscono le fatiche, ma rendono le sventure più amare; aumentano le preoccupazioni della vita, ma mitigano il ricordo della morte.
Francis Bacon

 

Beniamina cuciva.
Cuciva vestiti per la figlia del fornaio e gonne per le figlie dell'avvocato Piersanti. Beniamina cuciva e ricamava vestitini per la figlia della maestra Marisa e per le figlie del droghiere.
Vestitini lunghi e vestiti corti, ampie gonne a balze e a pieghe e camiciole con maniche a sbruffo o con spalline piene di volant.
Beniamina cuciva anche pantaloni.
Per il figlio del dottor Mazza e per il figlio del giornalaio. E pantaloni per i figli della pasticcera.
Pantaloni lunghi e pantaloncini corti, con le tasche, con i bottoni e le chiusure lampo.
Beniamina aveva tre figli e tre figlie: Prima, Terza, Quinta e Secondo, Quarto e per ultimo Sesto.
Aveva anche un marito, ma era partito a cercare lavoro in Svizzera cinque anni prima, non era più tornato e la famiglia cominciava a dimenticarlo.
Capitava ogni tanto che arrivasse il postino a bussare alla porta di casa: “Signora Beniamina, c’è una lettera per lei, viene dall’estero. Forse è suo marito”. C'era più aspettativa nelle parole del portalettere che non nei destinatari di quelle righe.
Beniamina  ascoltava la figlia Quinta che leggeva a tutti le parole del padre (tra tutti era la più brava a leggere); quando si arrivava ai saluti, la donna ripiegava la lettera e la chiudeva in un cassetto insieme a tante altre. Non le aveva mai buttate, ma prima o poi, si diceva, doveva farlo: lo spazio in casa era poco e quel cassetto le poteva tornare utile per i suoi fili ed i suoi aghi che ora teneva in una vecchia scatola di latta.
La vita di Beniamina e dei suoi figli dipendeva proprio da aghi e fili perché, per vivere e crescere i suoi piccoli, Beniamina cuciva.
E lo faceva anche per i suoi bambini.
Da ogni pezza di tessuto dei suoi clienti, se poteva tratteneva gli avanzi. Ritagli di stoffa che metteva da parte pensando ai suoi sei figli.
Quando ne otteneva una quantità sufficiente, li cuciva insieme fino a confezionare una gonna oppure una camicia o un paio di pantaloni. Erano gli abiti più colorati che si fossero mai visti indosso a qualcuno e Beniamina, qualche volta,  restava sveglia di notte per prepararli, dato che durante il giorno doveva cucire per gli altri.
I suoi bambini non erano entusiasti di doverli indossare soprattutto quando i ragazzini del paese li prendevano in giro e li facevano sentire ridicoli.
I pantaloni a strisce blu e marroni, crema pallido, grigio gessato, con tasche marroni o celesti non passavano certo inosservati e non erano esattamente quello che i suoi ragazzini avevano sempre desiderato. Beniamina sembrava non preoccuparsene, ma i suoi figli diventavano rossi come peperoncini quando, per strada o a scuola, gli altri ragazzi ridacchiavano indicandoli.
Le tre figlie erano meno impacciate dei fratellini, ed indossavano senza tante storie  i vestiti e le gonne cucite con avanzi di pizzo, strisce di gabardine e triangolini di cotone stampato in tanti colori diversi. Certo anche loro avrebbero preferito indossare quegli abiti che lei confezionava per la figlia del farmacista o per quella del fornaio.
Prima di consegnarli alle sue clienti qualche volta Beniamina li faceva provare ad una delle figlie secondo la taglia e l’età; pochi minuti, per farle contente e per gioire lei stessa. Poi li incartava con cura con un grande foglio di carta velina bianca, sempre lo stesso, che dopo la consegna riponeva ben steso sotto il suo materasso perché non si stropicciasse troppo. Dopo di che andava personalmente a consegnarli.
Le clienti restavano sempre soddisfatte, perché era veramente brava.
I punti che lei passava a mano su quei tessuti, fossero morbidi oppure rigidi e pesanti, erano punti quasi invisibili; nessuna macchina per cucire moderna avrebbe potuto dare un risultato così preciso.
Dopo la consegna alcune clienti la invitavano a sedersi per un caffé o una tazza di tè, ma lei ogni volta rifiutava gentilmente. Non vedeva l’ora di uscire da quegli appartamenti e di tornare nei luoghi a lei familiari. Così mentiva dicendo: “L’ho appena preso, grazie” e aspettava di essere pagata.
Scivolava via dalla bella casa e con il borsellino stretto tra le mani, si fermava prima dal panettiere e poi dal droghiere.
Quando rientrava in casa, Sesto il più piccolo ed il più affamato, le trotterellava subito intorno.
Ma anche gli altri cinque aspettavano con ansia quel momento e allora chi apparecchiava la tavola, chi pensava ai piatti e alle posate e chi sistemava le varie sedie.
Beniamina accendeva il fuoco e cominciava a preparare uno dei suoi minestroni.
Se Mario capitava da quelle parti, bussava alla porta e chiedeva: “Beniamina, mica ce ne sarebbe una scodella anche per me?”
Beniamina  lo invitava ad entrare e lo faceva accomodare sulla sedia di Sesto che lei prendeva sulle sue ginocchia.
Una fetta di pane completava il pasto e quando i soldi lo permettevano, Beniamina non faceva mancare qualcosa di dolce per i suoi bambini e anche per l’ospite, col quale divideva il suo.
Quando riusciva a fare un ciambellone, in casa era una festa.
Più raramente comprava una pasta lievitata piena di uvetta sultanina e anche in quel caso per i ragazzini era baldoria. Erano quelle le sere in cui Beniamina prima di addormentarsi, pensava  Non voglio altro da questa vita, ho tutto quello che desidero  e guardava con amore i suoi tre maschietti che dormivano su un letto e le tre femmine che dormivano a fianco a lei sul letto più grande, in un groviglio di gambe e braccia.
I figli di Beniamina in estate gironzolavano sempre scalzi in casa e per la strada, come molti altri figli di quel dopoguerra.
I ragazzini più fortunati avevano sandali in cuoio ai piedi, altri ciabattine in crosta di pelle; molti portavano scarpe artigianali arrangiate dai genitori, con suole di cartone e fasce e fibbie recuperate da scarpe vecchie. I tre maschi della sarta prediligevano i piedi nudi, almeno con la bella stagione.
Quarto chiedeva spesso “Portiamo i pantaloni che tu ci cuci con i ritagli, le maglie che tu ci cuci con i ritagli… perfino le cartelle per la scuola le hai fatte con pezzi di stoffa e di corda. Almeno per i piedi non potremmo avere scarpe vere?”
Le bambine si facevano meno problemi: Terza infilava le ciabattine fatte da sua madre e le trovava addirittura molto carine perché si intonavano alle sue gonne. Inoltre a lei non piaceva affatto andare in giro scalza:  “Non è igienico. Lo dice anche mamma” e le due sorelle la imitavano.
Ma in inverno la faccenda si faceva più seria.
Allora Beniamina si armava di forbici e tagliava.
Tagliava la punta delle scarpe di Secondo e la punta di quelle di Prima, poi quelle di Terza e così via fino a quella del più piccolo. Le dita dei piedi uscivano dalle scarpe, che così anche se s’erano fatte piccole, un altro inverno si potevano portare. E sotto, calzettoni pesanti.
Li faceva personalmente a maglia, con un paio di grossi ferri numero otto che erano stati di sua madre.
D’inverno provvedeva a vestire i suoi bambini nello stesso modo che usava per la bella stagione.
I sei figli se ne andavano a scuola con le scarpe rotte, ma coperti da maglioni  pesanti e infilati in sgargianti cappotti fatti di pezze di tanti tessuti. Non avevano un bottone uguale all’altro, ma il cappottino di Sesto aveva persino il cappuccio, proprio come andava di moda.
Beniamina cuciva. Tagliava, imbastiva e cuciva. E lavorava a maglia.
E poi consegnava i capi pronti, riscuoteva il suo compenso e di quando in quando riusciva a mettere da parte qualche moneta, con la speranza che con il tempo sarebbero diventate una somma tale da darle un minimo di tranquillità per i giorni a venire.
Anche durante l’inverno il postino qualche volta bussava alla sua porta. “Buongiorno signora, forse ci sono notizie da suo marito, c’è questa busta dalla Svizzera per lei”
Come sempre Quinta leggeva per tutti i saluti e le promesse di ritorno del papà, dopo di che Beniamina prendeva busta e lettera e le gettava direttamente nel fuoco.
Ormai aveva svuotato da tempo il cassetto per far posto agli arnesi del suo lavoro, forbicine, aghi, ferri e matassine di lana e di filo. E poi perché tenere tutte quelle lettere? Sono tutte uguali si diceva, da anni e anni scrive sempre le stesse tre righe. E' sufficiente tenerne soltanto una: la prossima non la butterò.
Quando era partito, cinque anni prima, il marito aveva lasciato la famiglia in condizioni molto disagiate; non erano tempi buoni: erano gli anni del dopoguerra, in molti vivevano di stenti e Beniamina all’epoca aveva ben poco da cucire. Più che altro faceva riparazioni, e spesso non riceveva compenso in denaro, in cambio del suo lavoro poteva avere due uova o un po’ di pane fresco; qualche volta una bottiglia di latte che, insieme a quel che racimolava il marito prima di scomparire, davano comunque qualcosa per sopravvivere alla famiglia.
Poi Giuseppe aveva deciso quella partenza: “Non ce la faccio a restare qui – aveva detto qualche giorno prima di andarsene alla moglie – “Vado a cercare lavoro all’estero, sono certo di riuscire, saprò farmi valere, lavorerò e guadagnerò. Hai visto quanti sono emigrati? Appena avrò denaro a sufficienza verrò a prendervi”
Beniamina intanto rammendava un grembiule della pasticcera. Gli rispose soltanto: “Non star via troppo tempo, i bambini  potrebbero dimenticarti”
Adesso Sesto, che all’epoca era appena nato, aveva già cinque anni e il suo papà mandava ancora solo saluti.
I primi mesi dopo la partenza del marito erano stati duri. La povertà non lasciava speranze, la fame era in agguato, continuamente.
Beniamina per un lungo periodo fu costretta a lasciare ago e filo e cercar lavoro nei campi o nelle case delle persone più agiate. Si arrangiava a fare di tutto: non poteva far mancare il necessario ai suoi figli e gli ultimi due, Sesto e Quinta, erano così piccoli ancora che doveva portarseli sempre dietro. La bambina aveva quasi tre anni e il fratellino doveva ancora compiere il primo, ma come se capissero la gravità della situazione, se ne stavano ore ed ore nei campi, seduti nelle cassette della frutta, mentre la mamma raccoglieva pomodori o era intenta a vendemmiare in qualche podere. E se Beniamina doveva far pulizie in qualche casa, bastava lasciarli giocare con mollette e pezzi di sapone.
Pian piano le cose cambiarono in meglio; almeno per alcuni, in paese, cominciò una lenta ripresa e ci fu di nuovo richiesta di abiti da parte di chi poteva permetterselo.
Beniamina avrebbe potuto cucire anche per gli adulti e guadagnare un po’ di più. Ma quelli si rivolgevano ad un sarto, il signor Pietro, anche se a lei riconoscevano la creatività unica per confezionare abitini così sfiziosi per i loro figli.
E così Beniamina riprendeva a cucire.
Da anni e anni.
Alcune bambine per le quali aveva creato completi di lana morbidissima o scamiciate di fresco cotone stampato, stavano già diventando signorine.
Succedeva a volte che, per sfruttare al meglio la luce del giorno, Beniamina cucisse seduta su una sedia, fuori l’uscio di casa: così controllava anche i figli che giocavano per la strada senza doversi affacciare continuamente.
La gente che passava lì davanti si fermava per un saluto o per due chiacchiere e lei posava l'ago controvoglia per qualche minuto.
C'era sempre qualcuno che, puntualmente, le chiedeva: “Signora Beniamina, ma suo marito che fa? Torna?”
Senza alzare lo sguardo sull'interlocutore, rispondeva: “Potrebbe anche tornare. Non glielo impedisce nessuno”
Le lettere che lui mandava a casa intanto erano diventate cartoline illustrate.
Paesaggi straordinari si aprivano sotto gli occhi del postino per primo, e su quelli dei sei figli dopo. “Ha visto dov’è suo marito, Beniamina? Guardi, guardi qui che bellezza! Ha visto che montagne?”
Beniamina non rispondeva, indecisa se mandarlo al diavolo o ridere di quelle incursioni nella vita altrui, poi si limitava a sorridere e a prendere la cartolina. Senza guardarla la passava a Prima o a Quinta che accorrevano vicino a lei e se la contendevano per guardare, di volta in volta, i laghetti incantati tra altissime montagne dalle cime innevate oltre confine, oppure città grandi, piene di vita, come non ne avevano mai viste.
I bambini implorarono Beniamina di non gettare al fuoco, come le lettere, anche le cartoline; queste erano belle da vedersi e cominciarono ad attaccarle alla parete sopra ai letti: sembrava una finestra sul mondo. E Beniamina pensava che, tutto sommato, rendevano più allegra quella parete così triste.

Accadeva raramente, che qualche cliente arrivasse fino a casa della sarta.
Era sempre lei che si recava da loro a ritirare le stoffe, a prendere le misure e a fare le consegne.
Una volta la moglie del dottore, Anna, era arrivata fin davanti l’uscio ed aveva tentennato un po’ guardando la facciata scrostata dell'edificio: poi aveva bussato.
Le aveva aperto la porta un bambino molto piccolo, seguito subito da altri due e poi ancora da tre bambine. Infine era riuscita a vedere Beniamina in fondo alle sei testoline.
“Oh, buongiorno signora Beniamina! Sono… i suoi?
Beniamina teneva in mano un bel taglio di raso azzurro, appoggiò l’ago tra le labbra per porgere la  mano alla moglie del dottore: “Certo. Sono i miei. Tutti e sei.”
“Complimenti” disse di rimando l’altra donna mentre il suo sguardo scorreva sull'arredo scarno di quell’ambiente: un tavolo di legno grezzo troneggiava al centro con svariate sedie intorno, una cucina economica annerita sulla parete a fianco alla porta e vicino un lavandino di pietra che aveva almeno trent’anni. Sulla parete in fondo due letti, uno matrimoniale ed uno più piccolo. Al centro tra i due letti, una Singer nera. Una credenza color avorio col piano in marmo, un armadio a due ante e un cassettone, costituivano il resto dell’arredo.
Una tendina, fatta con striscioline multicolori, era appesa ad un’asticella di ferro e chiudeva un vano, come fosse una porta: Anna sperò che dietro ci fosse un bagno.
Poi lo sguardo tornò sulla sarta.
Beniamina le leggeva l’imbarazzo sul bel viso, truccato con semplicità e raffinatezza.
La moglie del dottor Mazza era una bella signora e doveva avere all’incirca la sua stessa età.
Probabilmente non credeva che potessero esistere dimore così dimesse e malandate; forse non aveva mai sospettato neanche che in case così piccole si potesse stare dentro in tanti, come facevano loro. L’appartamento del dottore, del resto, era uno dei più grandi in paese, e ci vivevano soltanto tre persone: lui, sua moglie ed il loro unico figlio.
La sarta fece cenno di accomodarsi alla signora, ma lei rifiutò: “No, la ringrazio, vado di fretta. Sono venuta soltanto per portarle questo tessuto per la giacca di mio figlio, ricorda? Le misure le aveva già prese”
Beniamina prese dalle sue mani il pacco di stoffa, aprì un lembo della carta e lo sfiorò: “E’ molto bello, è un buon tessuto, però non doveva disturbarsi a venire quaggiù, sarei venuta io a prenderlo”
Ma la signora si era già voltata verso l’uscio e Prima le aveva già aperto la porta; uscì salutando velocemente tutti, si strinse il collo del cappotto e dopo pochi istanti era sparita alla loro vista.
Beniamina difficilmente si mortificava; era una donna forte, lo era sempre stata. Però quel giorno provò un certo rincrescimento e un senso di disagio, non per lei, bensì per la moglie del dottore che era rimasta così sconcertata nel vedere la loro condizione di vita.
Raramente soffriva per i suoi problemi; difficilmente restava sveglia la notte per preoccuparsi; anche se la disarmante coscienza della povertà la attaccava con  una morsa allo stomaco ogni volta che Teresa le portava qualche capo vecchio, liso e sbiadito da far indossare alle sue figlie. Mai una volta si era permessa di non accettarli, Teresa le voleva un gran bene, ma era permalosa, si sarebbe offesa. Non sopportava tutti i suoi figli, questo glielo diceva sempre “Sono troppi… come fai a dargli da mangiare, mi chiedo. Però almeno se uno di questi ragazzini dovesse perdere le gambe, sai che gli altri cinque ce le hanno”.
L’unica figlia di Teresa, Grazia, aveva perso le gambe in uno dei bombardamenti che avevano colpito il paese, pochi anni prima e viveva da allora su una vecchia poltrona a rotelle. Ogni tanto Teresa riusciva a superare il dolore di disfarsi dei vestiti che non le andavano più e li passava a Beniamina. Erano gli abiti della Grazia che camminava, correva, viveva. Beniamina perciò accettava, però non li faceva mai indossare così com’erano alle sue figlie; doveva almeno modificarli, forse per una sorta di superstizione. Cambiava i bottoni,  accorciava o aggiungeva tasche e se serviva, li smontava completamente e li trasformava in un altro capo. I capi di lana li disfaceva e riutilizzava il filato per farci nuove maglie, sciarpe e calze. Non poteva a dire a Teresa che avrebbe preferito non accettarli.

Il suo paese  era stato danneggiato duramente dalla guerra qualche anno prima e la maggior parte delle persone che non erano morte o emigrate, ora viveva nella miseria, come lei. Altri si erano ripresi bene invece e anche grazie a loro tutto sommato, si prevedeva che le condizioni di vita in paese dovessero migliorare. Per tutti.
Il quartiere dove vivevano le persone più agiate era già da tempo in fase di ricostruzione,  le condizioni delle strade e delle case miglioravano giorno per giorno.
Nella zona più povera del centro storico invece, era rimasto tutto come quando era caduta l’ultima bomba: era il quartiere dove viveva Beniamina e dove, ogni tanto, qualcuno inviato dal Comune passava a rassicurare gli abitanti su una prossima, imminente ricostruzione.
Mentre cuciva davanti l’uscio, la sarta immaginava la piazza che si apriva davanti casa una volta che fosse stata risistemata: vedeva già i suoi bambini giocarci a palla o saltare la corda vicino alla bella fontana e poi raccontarsi storie sotto uno dei platani che ne segnavano il perimetro.
Immaginava anche la sua piccola casa, quella cantina umida e scalcinata, diventare un appartamento fresco, pulito, con una vera porta per quella nicchia che loro, generosamente, chiamavano bagno.
E magari un impianto che le permettesse di avere l’acqua in casa, anche quella calda possibilmente.
Ultimamente sogno un po’ troppo si diceva Beniamina Ma è segno che non sto ancora invecchiando.
E riprendeva ad immaginare candide tendine, ricamate da Prima, alla piccola ed unica finestra.
Sua figlia Prima ormai aveva quattordici anni e la scuola per lei era terminata.
Non c’era stata la possibilità di farle proseguire gli studi dopo la terza media; in paese non c’erano istituti superiori, escludendo la Scuola privata delle suore e Prima avrebbe dovuto prendere ogni mattina la corriera delle sei per andare a frequentare una scuola da un'altra parte. Decisamente non se lo potevano permettere.
Allora Beniamina aveva pensato di insegnare alla figlia maggiore quello che lei stessa sapeva fare meglio, cucire e ricamare, ma contemporaneamente la spronava a  leggere.
Così la ragazzina avrebbe passato il suo tempo facendo qualcosa di utile e leggendo non sarebbe rimasta indietro culturalmente.
Ma non dimenticava, Beniamina, che Prima era pur sempre una bambina ancora; quindi ogni volta che la vedeva stancarsi o annoiarsi, la faceva smettere.
Per sua figlia cucire non doveva essere un obbligo, come lo era per lei.
Spesso la ragazzina usciva in strada a giocare con i fratelli più piccoli. Altre volte invece faceva passeggiate, senza spingersi mai oltre il suo quartiere; ficcava il naso tra le macerie delle case distrutte quasi totalmente dalla guerra, quelle che non si potevano più ristrutturare, ma solo finire di abbattere. Cercava fra le povere cose rimaste che erano state manipolate e spulciate già da tante mani, negli ultimi anni.
Le capitava di raccogliere sempre qualcosa, fosse un chiodo arrugginito oppure una fibbia o un bottone. Altro non c’era davvero; lei metteva quelle cose in tasca: un bottino dal quale la mamma avrebbe saputo ricavare qualcosa di utile.
Una mattina, mentre rientrava da una delle sue esplorazioni, incontrò il postino e insieme fecero l’ultimo tratto di strada verso casa: lei a piedi e lui in bicicletta.
“Ciao Prima, ci sono novità”
Le disse lui, greve.
“Ho qui un telegramma per voi… sai i telegrammi sono cose serie, notizie urgenti”
Lei non si scompose più di tanto anche se l’uomo aveva impresso a quelle parole un carico di drammaticità che pesava come un macigno. Gli chiese di darle il telegramma, tendendo la mano, ma lui serio rispose:  “Meglio di no, cara. Deve vederlo prima tua madre.”
Beniamina prese la busta dalle mani del postino, emozionata.
Emozionata perché era il primo telegramma della sua vita: un evento.
Tutti i bambini alla vista del portalettere erano venuti di corsa sull’uscio di casa e Quinta aspettava che la mamma le porgesse il foglio da leggere, come al solito; ma stavolta non lo fece.
Pensò fosse meglio farlo leggere a Prima, era la più grande.
Il postino si allontanò di pochi passi, per educazione, ma non se ne andò.
“Arrivo previsto domenica mattina stop  Papà “.
Lo sguardo di Beniamina passò sugli occhi di Prima, poi di Secondo e via via su tutti gli altri. Poi incrociò quelli del postino.
Impacciato, ma sincero, esordì: “E’ una bella notizia, signora!”
Beniamina, allibita, non trovava assolutamente niente da rispondere, con fatica a malapena riuscì a sussurrare:  “Grazie”  Poi spinse delicatamente i bambini in casa e chiuse la porta.
“Oggi è già martedì!”
La voce di Quarto tagliò il silenzio come una lama; Beniamina a quella esclamazione si riscosse, era rimasta attonita, non sapeva cosa dire ai suoi figli. Così rispose:  “Oggi è ancora martedì. C’è tempo.”
I bambini non chiesero né aggiunsero altro; probabilmente non era il momento e per sfuggire all’aria gelida che improvvisamente era scesa in casa, sgattaiolarono di fuori, dove un gruppo di ragazzini li aspettava per conoscere le novità.
Tutti avevano visto il postino pedalare via con un'aria soddisfatta e la famiglia della sarta chiudersi in casa: dovevano esserci per forza delle novità: belle o brutte.
Quella per Beniamina fu una notte insonne.
Alla luce fioca che entrava dalle imposte sbilenche, guardava i sei figlioli.
Quando era nata Prima, lei aveva diciotto anni e con suo marito si erano sposati da pochi mesi, nel 1936. Ora Beniamina aveva già trentadue anni che certi giorni le pesavano il doppio, anche se spesso si era trovata a discutere con la pasticcera che soleva ripetere “Ormai, alla nostra età! Signora Beniamina, cosa crede? Ho due anni più di lei e me lo lasci dire: si va incontro alla mezza età…”. No, lei non la vedeva così: gli anni le pesavano perché era pesante la vita, ma lei non si sentiva affatto vecchia.
E guardando i suoi bambini si sentiva forte. La sua esistenza era una casa; i suoi piccoli, le fondamenta.
Loro le infondevano, non volendo, il coraggio, la forza e la volontà di andare avanti.
Ma intanto non poteva dormire, ripensando al telegramma che preannunciava l’arrivo, anzi il ritorno, di suo marito.
Suo marito? Quell’uomo che non vedeva da cinque anni, il padre delle sue creature, ora tornava.
E come sarebbe tornato? Veniva a prendere la famiglia forse, come promesso alla partenza, per portarla lontano, o tornava sconfitto per farsi leccare le ferite da chi ne aveva già tante…
Le ipotesi erano infinite e Beniamina non riusciva a distinguere quale potesse essere la peggiore.
Sarebbe spuntata l’alba di lì a poco e lei era ancora sveglia: guardava Secondo, dodici anni e mezzo, stava cambiando voce, con fatica diventava un ragazzo; impacciato e nervoso, ma educato e  abbastanza diligente a scuola. Terza  undici anni, la più vanitosa, quando si lavava si strofinava fino ad arrossarsi la pelle, doveva sentirsi sempre pulitissima. Passava un’infinità di tempo davanti allo specchio scheggiato nel bagno a tirarsi i capelli nel tentativo di acconciarli con strisce di stoffa colorata. E poi Quarto, che aveva già nove anni e mezzo, l’unico con i capelli chiari e gli occhi grigio-verdi. Serio e ombroso, non sorrideva che di rado.
Quinta aveva compiuto otto anni, ma già dai cinque, grazie all'aiuto di Prima, sapeva leggere così bene che era un piacere ascoltarla. A scuola riusciva in tutte le materie e la maestra non mancava mai di farle i complimenti. Infine Beniamina fissò lo sguardo sul più piccolo, su Sesto. Perennemente affamato, curioso  e sempre con il sorriso sulle labbra.
Il suo sguardo poi passò al tessuto che aveva lasciato sulla sedia quando era arrivato il postino: quel giorno non era più riuscita a dare un punto; le era parso intollerabile cucire, aveva provato un senso di nausea.
Beniamina pensava.
E si chiedeva, in tutta onestà, quanto e quando avesse desiderato questo ritorno.
Intensamente, mai.
Neanche i primi mesi.
Sesto era piccolissimo e aveva bisogno di infinite cure, perché era nato sottopeso. La signora Olga che lo aveva messo al mondo quella mattina, mentre fuori nevicava, prendendolo in braccio aveva stimato il suo peso intorno ai due chili e mezzo. Il peso di solito veniva accertato poi da altre braccia presenti nella stanza della partoriente, ma quella mattina erano sole, Beniamina e Olga.
I bambini erano stati mandati fuori della porta, sotto i primi fiocchi di neve che iniziavano a scendere, in attesa.
Quinta in braccio a Prima che aveva già nove anni; Secondo teneva a bada Terza e Quarto.
Era la mattina di Natale.
Per i cinque parti precedenti, ripensava Beniamina, il marito non era stato mai presente per via di quei lavoretti saltuari che lo tenevano lontano sempre nei momenti cruciali. Oppure perché era nascosto per scampare alla guerra.
La volta che era nato Sesto non stava lavorando e la guerra era finita.
Era semplicemente uscito per andare alla stazione ferroviaria del paese vicino: aveva già manifestato il desiderio di partire e voleva conoscere gli orari del treno e il costo del biglietto.
Era tornato a casa giusto quando Olga aveva aperto la porta per far rientrare i bambini intirizziti, ma così eccitati da portare un calore quasi palpabile all’interno della stanza.
Lui era entrato dietro ai bambini, di corsa, e mentre Beniamina gli tendeva il fagottino che conteneva Sesto, lui si piegò a cercare una logora e vecchia valigia sotto la rete.
La poggiò sul letto, accanto al bambino e lo guardò.
“E’ maschio?” chiese alla moglie.
E senza aspettare la risposta, mise in valigia una maglia, due fazzoletti ed un pezzo di pane. Tirò fuori da un barattolo pochi spiccioli e fece per metterli in tasca ai pantaloni, ma poi li soppesò e li rimise al loro posto.
“Ho meno di un’ora… oggi c’è un solo treno fra meno di un’ora. Non posso perderlo”
La voce rivelava emozione e dal movimento ritmico del torace trapelava un certo affanno.
I sentimenti dei presenti andavano dallo stupore all’indifferenza: la signora Olga, per prima, sgranò gli occhi: “E dove va?”
I bambini lo guardavano e cercavano risposte nei suoi movimenti.
Sesto piangeva, un pianto spezzettato, un vero vagito.
Beniamina restò indifferente.
E praticamente era rimasta indifferente per cinque anni. Non aveva mai reagito alle lettere che arrivavano, mai alle cartoline.
Il telegramma. Quello l’aveva scossa.
Si costrinse a chiudere gli occhi e a non pensare, almeno finché fosse rimasta ancora un po’ di notte.

...

 

 

 

 

 

L'albero Laura

 

Una bambina che sia chiama Giulia Libertà, un pianeta giocherellone, un quaderno molto... sensibile, un albero grande e forte di nome Laura...

Quattro, piccole storie che parlano di amicizia e di libertà, di amore, di pace, di natura. Perché esiste un mondo fantastico dove si può entrare solo leggendo.

L'albero Laura raccoglie quattro racconti: Giulia Libertà nel paese di Nonsipuò, Il pianeta Asdrubale, Torquato, quaderno disoccupato, L'albero Laura.

 

l' incipit...

Giulia Libertà nel paese di Nonsipuò

Nel paese di Nonsipuò non si poteva fare niente. Davvero.

Non si parlava molto perché c'era il divieto di parlare troppo; non si guardava molto la tv perché si poteva tenere accesa solo un'ora e mezza al giorno; non si poteva scegliere il programma perché ce n'era uno solo. Inoltre era vietato cucinare cose troppo elaborate: lo diceva il Codice Massimo dei Divieti: "E' VIETATO CUCINARE CIBI ELABORATI, SONO AMMESSE RICETTE SEMPLICI (PASTA IN BIANCO, POLLO LESSO, FAGIOLINI).SONO DA RITENERSI FUORILEGGE TUTTI I FRITTI E TUTTI I DOLCI. PER ALTRE INFORMAZIONI CHIEDERE IN SEGRETERIA".

Era pure vietato andare in bicicletta perché, come diceva la legge, le due ruote intralciavano la circolazione delle automobili che a loro volta, non potevano parcheggiare nè al centro nè in periferia; non potevano circolare a più di trenta chilometri l'ora in alcune strade, ma non potevano andare a meno di novanta su altre strade. Gli abitanti di Nonsipuò avevano smesso quindi di usare le automibili e andavano a piedi. Oppure con l'autobus, anche se non potevano salire con il cappello nè con la borsa della spesa per via dell'articolo 2700, punto 2, comma 6.

Un giorno di giugno, dopo l'ora di pranzo, Giulia Libertà scorazzava come al solito con la sua bicicletta e, non si sa come, capitò nel paese di Nonsipuò. Giulia Libertà pedalava pigramente, con la sua gonna a pieghe colorate che svolazzava allegra al vento. Portava il suo cappello preferito, con la falda di paglia piena di farfalle colorate (farfalle di seta, si capisce). Quando la ragazzina si accorse di non riconoscere il panorama, si fermò tirando i freni.

"Dove sono andata a finire?" pensò. "Stavolta la nonna si arrabbierà, mi sono allontanata troppo..." Però il paesaggio davanti ai suoi occhi la incuriosiva molto: una serie di palazzi tutti grigi con le finestre nere tutte chiese. Per la strada alberi verdi, ma senza un fiore, nè un colore nè un odore nell'aria. Riprese a pedalare, lentamente, e si inoltrò ancora un pochino lungo quella che sembrava essere la strada principale e soltanto allora si accorse del primo cartello stradale: "Benvenuti a Nonsipuò". E di seguito notò anche il secondo cartello, enorme, grigio con le scritte nere: "BENVENUTI, MA...LASCIATE FUORI LE AUTOMOBILI, LASCIATE LE BICICLETTE, NON PARLATE A VOCE TROPPO ALTA NE' TROPPO BASSA, NON CANTATE, NON TOCCATE I MURI, NON ENTRATE IN PAESE SE NON NEGLI ORARI STABILITI..." eccetera, eccetera, eccetera.

"Ehi! Non finisce più questa lista di divieti! Ma qui non si può fare niente!" pensò Giulia incredula. Voleva poggiare da qualche parte la sua bici, ma avendo paura di contravvenire a qualche divieto, decise di tornarsene indietro, quando notò una figura in movimento, poco lontana da lei.

"Ehi, signore! Scusi, dico a lei!" gridò Giulia, ma l'uomo, che si voltò di scatto alle sue grida, la guardò come si guarderebbe un marziano verde con le antenne e subito le voltò le spalle, scomparendo in una via laterale.

Giulia Libertà stavolta non ci pensò due volte ad appoggiare la bici ad un albero e si diresse, spedita, verso quell'uomo. "Che razza di posto sarà mai, questo?" pensava infilandosi nella via presa da quell'individuo e strillò: "Signore? C'è qualcuno?"

Al suo gridare un gatto bianco accovacciato in un angolo, alzò le orecchie infastidito e la squadrò; anche lei lo guardò e gli si avvicinò per accarezzarlo, ma il felino si stiracchiò, si alzò e girandosi se ne andò voltandole le spalle anche lui. Giulia non se la prese, i gatti sono un po' vanitosi e scontrosi, a volte. Proseguì fin dove la via si apriva su una piazetta. "Carino qui!" penso'. C'erano alberi, fontane, panchine e altissimi lampioni. Pero' non c'era anima viva, anzi no: sotto una panchina tre gatti si riparavano dal sole, tre gatti bianchi. tento' di avvicinarli, ma anche questi la snobbarono andandosene sotto un'altra panchina dove ce n'erano altri tre, sempre bianchi.

Giulia allora, irritata, alzo' i tacchi e se ne torno' verso la sua bicicletta; era proprio di pessimo umore: ma che paese era quello? Tutto grigio, finestre chiuse; non un bambino in giro, solo un uomo che però l'aveva evitata fuggendo! E stte gatti antipatici e tutti bianchi! Che posto!

Non finì di svoltare l'angolo che sentì un richiamo, sommesso:" Ehi, ragazzina!"

...

 

 

 

Racconti nella rete 2006

Raccolta dei 25 racconti vincitori del premio letterario raccontinellarete collegato alla rassegna letteraria LuccAutori.

Con il racconto La stella, vincitore per la categoria racconti per bambini, affronto il tema della morte, per la necessità di farlo, cercando di offrire un conforto che possa aiutare i bambini, sostenerli e facilitare, per quanto possibile, l'elaborazione del lutto.

"Con La stella, una fiaba-filastrocca, molto poetica e delicata, Lauretta Chiarini riesce a parlare della morte, del senso della vita e del ricordo, in modo al contempo semplice e profondo. Demetrio Brandi, Presidente e fondatore del Premio."

l'incipit...

C'era una volta il cielo.

Certo, c'è ancora, ma l'azzurro, se guardi bene, è diverso.

Nel cielo c'erano le stelle, tante; come si dice milioni di milioni. C'erano stelle giovani, stelle meno giovani; e c'erano stelle vecchie, ma proprio vecchie vecchie.

Le stelle molto vecchie si spegnevano ad un certo punto, come è giusto che sia, perchè tutte le cose vecchie si ritirano prima o poi per lasciare spazio a quelle nuove. Ogni volta che una stella aveva finito la sua luminosa vita stellare, si spegneva e altre stelle neonate nascevano e crescevano.

Così va il mondo, così va la Terra e anche il Cielo.

Le stelle più anziane erano tranquille, non eccessivamente luminose. perché col tempo la luce si attenuava.

Le stelle adulte erano più vivaci e senz'altro molto luminose.

Ma la lucentezza delle stelle giovani e giovanissime era spettacolare. E la loro vivacità e voglia di splendere erano eccezionali.

C'era una stella giovanissima tra le tante, che non era più bella, nè più brava, nè più intelligente: era esattamente come tutte le altre sue coetanee, unica nel suo splendore, rara come una perla nera per la sua stella mamma e la sua stella papà.

La stella aveva tanti amici stella e amiche stella, formavano un bel gruppo fin da quando erano molto piccine. Avevano frquentato insieme l'asilo delle stelle, poi successivamente la scuola elementare delle stelle, dove il gruppo si era allargato e si era unito ancora di più. Poi ancora le nostre stelle erano cresciute un altro po' e, sempre insieme, frequentavano la scuola media delle stelle.

E quanto studiavano, e quanto giocavano e come si divertivano!

Se dalla Terra alzavi lo sguardo al cielo non potevi non notare il bagliore di quelle stelle luminosissime. era un piacere guardarle illuminare le notti. Erano le stelle più simpstiche che si fossero mai viste.

poi un giorno accadde qualcosa.

Quel giorno, un giorno nero nero, la stella, quella di cui stiamo raccontando, cadde.

La nostra stella cadde giù dal cielo.

E si spense.

...

 

 

Turul che diventò un uccello e Aral che diventò una foglia

Cinque racconti per bambini

Un bambino che desidera diventare un uccello per volare a conoscere il mondo; il racconto di un anno straordinario, mese per mese; il quindicenne Joel alle prese con un visconte arrogante imprigionato in un dipinto; una scoppeiettante zia Beatrice che compie magie e, infine, Niente e Nulla che parlano di ... niente e di nulla. Cinque piccoli racconti per viaggiare con la fantasia nel mondo dell'immaginario e in quello della realtà.

L'incontenibile curiosità dei bambini, il confronto con il mondo che li circonda, la voglia di sapere, di conoscere e di avere risposte. Nel primo dei cinque racconti, il desiderio di conoscenza di un bambino che, nonostante le risposte elusive dei grandi, non smetterà di sognare. E sognerà di volare. 

 

 

 

 

l'incipit...

 

Nel deserto giallo e morbido di sabbia finissima, c'era l'oasi più bella che si potesse immaginare. Case di pietra bianca con soffitti a volta, viuzze di ciottoli montati come mosaici, giardini verdi e freschi con fontane da cui zampillava acqua azzurra. Per le strade tanta vita e allegria; non si saremme mai detto che un posto così rigoglioso fosse circondato da deserto da tutti i lati.

Nella piccola oasi l'acqua sgorgava ininterrottamente da una sorgente sotterranea direttamente nella piazza principale, dove veniva convogliata in vasche e fontane stupefacenti, finemente cesellate e raggiungeva poi le case ed i giardini. Oltre tutto quel verde dalle mille sfumature c'era solo il deserto. Al confine, oltre le mura imponenti dell'oasi, gli occhi si perdevano nel giallo ambrato, luminoso e caldo.

"Dov'è il resto del mondo?" chiedeva Turul alla nonna, piegata sui frutti esotici che stava sbucciando.

"Non c'è il resto del mondo" rispondeva la vecchia donna, vestita di una tunica gialla con perline topazio, "Il mondo è tutto qui. Il tuo mondo". Turul la guardava mentre quella continuava a sbucciare i fritti spinosi. "Ma nonna... quando arrivano le carovane per comprare la nostra frutta o inostri tessuti o le nostre capre...da dove vengono, allora, quegli uomini?".

"Non dal nostro mondo, Turul... ma il nostro mondo è qui". La nonna non aggiungeva mai di più.

Turul aveva ormai nove primavere e otto estati. Così si contava il tempo nell'oasi di Karubal; il tempo scorreva con le stagioni, che poi erano tutte uguali: splendeva sempre il sole, caldo, non si vedeva mai un inverno, mai una goccia di pioggia. Gli abitanti di Karubal regolavano le loro vite con le lune e avolte con le dune di sabbia del deserto che li circondava.

Turul era un bambino particolarmente curioso: voleva sapere sempre tante cose e non si accontentava delle risposte della nonna o delle insegnanti della scuola. La sua mamma, Seran, ogni sera lo accarezzava, lo spalmava di creme e profumi e poi lo stringeva con amore profondo. Gli diceva sempre: "Sei il più bello tra tutti i bambini, sei dolcissimo e sei il mio orgoglio. La tua curiosità ti rende unico, ma non posso dirti più di quello che so. So che non ti accontenterai mai delle nostre risposte vaghe ed evasive; sono contenta di questo: cerca, figlio mio, cerca sempre di sapere di più. Allarga le tue conoscenze, non ti fermare a quello che i tuoi occhi vedono... c'è tanto da scoprire ancora..."

La mamma di Turul era stata curiosa quanto lui, da piccola. Poi aveva lasciato spegnere la sua sete di sapere quando, giovanissima, aveva sposato il papà di Turul, Mural. Mural aveva visto suo figlio per poco tempo; era uscito dall'oasi quando lui camminava appena... non aveva fatto più ritorno. Ed erano passati ormai circa nove autunni. Ma le sue lettere arrivavano puntuali, da un paese molto lontano, ogni tre lune.

Aral era la compagna preferita di Turul. Non era altrettanto curiosa, ma erapaziente con lui, lo ascoltava con interesse e non ostacolava il suo desiderio di conoscenza. Aral aveva già dieci primavere ed era molto bella: occhi neri intensi, capelli corvini lisci come seta le incorniciavano il viso dalla pelle chiarissima.

Un giorno Aral aveva raccontato a Turul il suo incontro fortuito  con un commerciante venuto da lontano. Il padre della ragazzina, impegnato in una compravendita, non l'aveva notata seduta in un angolo fresco del loro patio, così Aral aveva fatto amicizia con un anziano straniero vestito di nero che si asciugava continuamente il sudore con un fazzoletto a righe. Lei lo aveva invitato al suo fianco, all'ombra di una palma dai datteri color miele. Lo aveva studiato per un po' e poi gli aveva sussurrato: "Sei troppo coperto... non puoi indossare quel vestito curo qui a Karubal". Il vestito era un completo classico, di taglio molto elegante, che, nell'oasi con il sole allo zenith, faceva sudare parecchio. L'uomo la guardò e le diede un buffetto sulla guancia; Aral arrossì.

"Mia piccola di Karubal, hai proprio ragione; invidio le vostre fresche tuniche chiare! Beh, allora mi toglierò la giacca, se non ti sembro maleducato".

Mentre gli altri contrattavano il costo dei tessuti che tutta la famiglia di Aral tesseva con orgoglio da anni, l'anziano e la bambina se ne restarono all'ombra a chiacchierare. Aral chiese mille notizie sul paese dell'uomo; non lo faceva per la sua curiosità, ma per quella del suo grande amico Turul.

Così quello stesso giorno, quando il sole calò, Aral raccontò al ragazzino di un mondo fatto di strade nere e case altissime dove le persone vivevano le une sulle altre in edifici-alveari, poi raccontò delle automobili, dei treni, degli aerei e, addirittura, delle navicelle spaziali.

"Nel resto del mondo ci sono cose fantastiche! Ti piacerebbe vederle dal vero, Turul?". Il ragazzino era rimasto affascinato dal racconto di Aral.

Così, ogni volta che arrivavano stranieri vicino la sua casa, lui tentava di avvicinarli, ma sua nonna, irremovibile, non lo lasciava andare.

...

 

 

 

 

 

Parole in corsa  V volume

Parole in corsa è la raccolta dei 190 brevi racconti (novanta righe) selezionati al concorso letterario romano Parole in corsa, patrocinato da atac/metro/trambus.

Arnon, l'invisibile è il mio racconto (categoria racconti per bambini).

Il racconto tratta e affronta il tema dei bambini invisibili, quelli che non hanno voce, non hanno diritti, non hanno amore. Che, oltre a subire abusi, si vedono negati istruzione, assistenza sanitaria, affetto.

La brevissima storia, in questo caso, ha un lieto fine. Nella realtà le cose stanno diversamente.

 

 

l'incipit...

Arnon era un bambino come tanti, ma nessuno lo vedeva. Viveva insieme a molti altri bambini, altrettanto invisibili. Erano arrivati nel Bel Paese già da qualche mese, ma non avevano ancora dimenticato il viaggio. Stipati in quel furgone maleodorante, s'erano stretti l'un l'altro per avere calore. Lui e i suoi compagni, la mattina, non facevano colazione, perché non c'era una cucina lì, nel tetro magazzino che li ospitava; non c'erano genitori a scaldare il latte dove inzuppare fragranti biscotti al cioccolato.

Uscivano presto in strada, gli invisibili.

mentre gli altri elemosinavano fuori alle chiese o davanti al supermercato, Arnon puliva i vetri delle automobili, ad un semaforo. Arnon l'invisibile: uno dei tanti bambini che nessuno vede, nessuno reclama, nessuno accarezza. Eppure all'incrocio, gli automobilisti lo vedevano, eccome. altrimanti non avrebbero usato quelle brutte parole per farlo allontanare. Nonostante tutto, Arnon l'invisibile, non aveva mai smesso di sognare... forse perché era un bambino e la sua capacità di volare con la fantasia, nonostante tutto, non si era ancora spenta.

"Siamo davvero invisibili?" gli chiedeva il piccolo Petru.

A Petru piaceva farsi confortare dall'amico, lo aiutava a superare il terrore per il signor Senza Nome, quello che ogni mattina li svegliava senza carezze e la sera li sfamava con un pezzo di pane, picchiandoli, anche, se avevano guadagnato poco.

Petru l'invisibile aveva paura di lui. Arnon lo rassicurava: "Un giorno, vedrai, saremo bambini come gli altri anche noi"

"Ma io vorrei la mamma.." piangeva la sera Petru. "Io vorrei qualcuno che si accorgesse di me" sospirava Andrej. "Io vorrei poter giocare con un pallone..." diceva un altro degli invisibili.

Una mattina, mentre Arnon si apprestava a spazzolare il vetro di un grosso fuoristrada, una ragazzina con lo zaino sulle spalle gli si avvicinò.

"Ciao!"

"Come! Tu mi vedi?" le chiese lui, incredulo. La ragazzina lo squadrò, interrogativa, poi cinguettò: "Certo che ti vedo! Non sei mica invisibile! Come ti chiami?".

"Sono Arnon, scusa, ma devo pulire questo ve..." non finì la frase, l'automobilista se l'era svignata, approfittando del diversivo.

"Accidenti. Magari mi dava venti centesimi..."

"Venti centesimi??" chiese lei e aggiunse "Sono una miseria! E poi tu sei piccolo quanto me, non dovresti lavorare. Dovresti andare a scuola, no? Io sono Margherita, ti vedo tutti i giorni e..."

"Senti, non posso parlare, scusa. Perdo tempo. Devo lavorare"

Margherita non si offese, ma nemmeno si arrese: "Bhe, in effetti è tardi anche per me, devo andare a scuola, ma domattina ripasso"

Da allora, ogni giorno, Margherita usciva di casa dieci minuti prima per potersi fermare a parlare un po' con lui. Arnon era felice, anche se temeva che Senza Nome potesse scoprirlo; se si fosse accorto che invece di lavorare chiacchierava... Non voleva pensare alla punizione che gli avrebbe inflitto... come minimo, tante botte.

Ma margherita era troppo coinvolgente, carina e divertente: era impossibile resisterle.

...

 

 

Il muro del sorriso ha fatto... scuola!

Il curatore di questo volume, il cabarettista Nino taranto, ha riunito le voci di circa ottanta artisti, i quali contribuiscono così a proseguire l'intento di costruire  una casa-famiglia per i bambini dello stato indiano del Kerala. dalla prefazione dell'editore

Il libro Il muro del sorriso ha fatto scuola!, raccoglie racconti scritti appositamente, con tema la scuola, da diversi cabarettisti.

Il racconto Classe C, è stato scritto a quattro mani da me con il cabarettista Oscar Biglia e racconta di uno strano sciopero delle parole...

l'incipit...

In classe c'era un silenzio da paura!

"POCHE STORIE, RAGAZZI!" tuonò la voce di Taranto, battendo un fortissimo pugno sulla cattedra. Tutti i ragazzini saltarono, contemporaneamente, sulle sedie; tutti tranne Lallo che, già da bambino, era un po' forte sui fianchi. La sua reazione si limitò ad un impercettibile battito di palpebre, anche se interiormante, ma solo interiormente, aveva fatto un gran salto. Il colpo era stato di una certa potenza e il registro, le penne e alcuni libri sul tavolo erano letteralmente saltati; così pure la cartina della cara, vecchia Europa che aveva preso a dondolare sulla parete.

Lauretta era rimasta a fissare la lampadina che penzolava dal soffitto, direttamente sulla sua testa, al centro della stanza. Oscillava, placida, in quel silenzio spaventoso.

"COS'E' QUESTO? UN AMMUTINAMENTO??" gridò ancora la potente voce del professore. Alla parola AMMUTINAMENTO, Lauretta scattò in piedi, spinta da una forza misteriosa e, con voce monocorde, disse: " AMMUTINAMENTO: s.m. rifiuto di obbedire ad un ordine... e dare vita a tumulti" e veloce si risedette."

Taranto la fulminò con lo sguardo, i suoi compagni temettero di perderla per sempre; stavolta il prof l'avrebbe mangiata viva... di lei sarebbe rimasto soltanto lo zaino, forse.

Taranto si avvicinò a lei come un serpente e le sibilò: "Ricordami di metterti un bel due, per insubordinazione..."

"INSUBORDINAZIONE:" Lauretta scattò come un soldatino, "s.f. comportamento di chi non rispetta la disciplina..."

"TACI; LAURETTA!" tuonò il professore. Lauretta si sedette di nuovo e riprese a fissare la lampadina. Dondolava ancora, lentamente.

"Allora" riprese taranto abbassando la voce di un tono, "Ricapitoliamo...". "RICAPITOLARE..." la voce di Lauretta si spense subito sotto la mano di Oscar, il suo compagno di banco, giovane, bello, ma già pelato come una Biglia, che immediatamente le tappò la bocca.

Lauretta era fatta così: lei era un vocabolario in gonnella e anche suo fratello non era da meno; fare il vocabolario era un vizio di famiglia, una tradizione. Pensate, per la festa di carnevale si erano presentati a scuola, entrambi, mascherati da Zingarelli... tanto per restare in tema.

Dalle narici di Taranto si levarono due fili di fumo a mò di drago: Oscar temette di vedere le fiamme e, di lì a breve, i bei baffi del professore prendere fuoco; dopodichè il drago li avrebbe sbranati.

Ma il professore non li aggredì, per il momento.

"RI-CA-PI-TO-LIA-MO" riprese e guardò con aria di sfida il piccolo vocabolario in gonnella. Dato che Oscar non aveva mollato la presa, Lauretta emise solo una serie di "hmmm...Hummm...".

"Dunque, stamattina siamo entrati alle otto e un quarto, come sempre e, come sempre, ci siamo salutati, ci siamo seduti e poi io ho aperto il registro..." lo indicò a tutti con l'indice teso, "per fare l'appello. Questa è la classe A, giusto?" chiese improvvisamente assalito da un dubbio. "Aaahh professò..." disse laconico Emilio, bambino sardo, ma dalla parlata romana, "...ma quale classe A, e mica stamo a la Mercedes!". Scoppiarono risa rumorose. "Pitzalis!" urlò Taranto, "Sei un asino e siccome sei un asino sardo, io ti faccio rinchiudere all'Asinara! Fai silenzio!". Teo, il più alto della classe, si alzò in sua difesa e disse: " Ah professò, è un amico, voleva dire che noi siamo la classe C, C come cabarettisti, la nostra è cultura, cultura moderna". E tornò a sedersi. 

Taranto, cupo in volto: "Mammucari taci; te la dò io la cultura moderna. Classe A, classe C, poco importa, la cosa grave è che quando io ho aperto il registro l'ho trovato così!!!" concluse, tenendolo aperto con le mani per mostrarlo alla classe, che ormai non era più così colpita dal fatto che le pagine fossero tutte bianche: erano quasi due ore che il prof rimuginava su questo fatto strano.

Il registro sembrava non essere stato mai scritto: non un nome, una firma, una annotazione. Nulla. Come fosse nuovo. Bello, bianco e senza orecchie.

...

 

 

 

 

Volevo solo essere Serena

 

A quale donna non capita di riconoscersinei capitomboli esistenziali delle Bridget Jones cinematografiche? Di pensare che la propria vita, con tanto di buffe o malinconiche disavventure quotidiane, possa diventare il soggetto per un film? O per un libro, come in questo caso.

Sarà anche una scelta old-style, sembra dirci l'autrice, quella di prendere carta e calamaio per raccontare se stessi, ma vuoi mettere la sottile curiosità che resta nel lettore? Il quale si chiede: "Scrive in prima persona, ma sta inventando o davvero la sua vita è così?"

Tra amiche complici, ex mariti negligenti, figli che si ostinano a crescere, storie sentimentali sconclusionate, lavori a singhiozzo, riflessioni in libertà...

In effetti tutto è molto verosimile. Purtroppo o per fortuna.

E, a proposito, ma ci troviamo davanti ad un libro o a uno specchio?

l'incipit...

Ma oggi che giorno è?

Me lo chiedo da un paio d'ore. Non è venerdì 13, questo l'ho appurato.

Ieri sera la doccia gocciolava. Veramente gocciolava già da qualche giorno, ma erano solo gocce: l'idraulico, un santo senza il dono dell'ubiquità, non è venuto, nonostante le mie ripetute chiamate. Impegnato altrove. Gli uomini che frequesnto o che conosco o che mi servono, sono sempre impegnati altrove. Non ho ancora capito se sono io che li scelgo, o se loro scelgono me. E perché.

Comunque la doccia gocciolava, ieri sera. Stamattina non gocciolava più: scrosciava. Dopo i primi minuti di smarrimento totale, gli occhi ancora impastati di sonno e la bocca amara, ho richiamato l'idraulico: verrà, stavolta verrà; il tono della mia voce non ammetteva risposte che non fossero positive. Certo, non verrà subito, ma in giornata, senza precisare l'ora. Mi accontento. bene.

Sveglio Gaia (Gaia è mia figlia).

Scendo in garage e chiudo la chiavetta dell'acqua. Prosciughiamo insieme il lago che ha invaso il bagno e il corridoio. Ci prepariamo e la porto a scuola. In ritardo.

Avverto in uficio che tarderò e parto. Non faccio certo la via Emilia per arrivare a Forlì; prendo la Strocca di San Biagio e Villa Grappa; mi piace, è tranquilla e, soprattutto, veloce. Ma stamattina mi riserva qualche sorpresa. A metà strada, la mia automobile, che mi sono permessa il lusso di comprare in un'infinità di comode rate, sbanda paurosamente. Dopo lo smarrimento iniziale mi rimetto in carreggiata, spaventata e mi fermo sul ciglio per qualche minuto, per riprendermi. Inspiro ed espiro, ecco, va meglio. Considerando intanto che, dopo il lavoro dovrò passare da un meccanico a farmi spiegare come sia potuto succedere, asciugo il sudore e riparto.

E scende la nebbia. Così, all'improvviso. Sì... qui c'è sempre nebbia, sicuro. Ma è maggio, il quattro maggio per l'esattezza e la nebbia non scende così, come un muro senza un anticipo di foschia. Cammino con cautela, forse raggiungo i dieci chilometri all'ora e non vedo assolutamente nulla. O quasi... perché poi le vedo... mucche. Lo so che non mi crederà nessuno quando lo racconterò. Non possono credermi: neanch'io mi credo. Però le vedo: mucche. Bianche. Non che siano estranee a queste parti, ma... sette mucche bianche, in mezzo alla carreggiata, in mezzo alla nebbia. ferme, statue; occupano le due corsie, non posso aggirarle.

Così, in mezzo a loro, in macchina, non posso fare altro che fissarle mentre mi fissano. Siamo immobili. E sole. Solo loro ed io. Il resto del mondo dov'è, stamattina? Quando decidono di proseguire lentamente il loro cammino, rispunta il sole e la strada si fa chiara davanti ai miei occhi.

Riparto. Forse adesso  è veramente il quattro maggio, prima era un sogno. Arrivata in ufficio capisco che non era un sogno: quello era un segno.

Sì, probabilmente era un messaggio del mio inconscio per dirmi "Cambia la tua esistenza... la tua vita è troppo stressante...basta! Perché non ti ritiri in campagna?...quiete...pace..."

La mia scrivania è totalmente ricoperta da post-it, appunti, pratiche da evadere, scartoffie utili e inutili... Il telefono squilla e non smette più, la mia collega inizia contemporaneamente  tre discorsi diversi e riesce anche a tenerli, contemporaneamente, in piedi... Oddio, meglio le mucche. Continuo a chiedermi che giorno sia oggi e mi ribadisco che non è un 13 nè un 17. Ho stabilito che è il quattro maggio. Ma allora non c'è scampo: è un banale, classico, giorno della mia vita.

Ingoio due comprese di valeriana, sperando sortiscano un effetto blando di calmante, onde evitare di cacciare un urlo contro la mia collega, ignara dei colpi di frusta che mi riserva la vita.

"Cos'è? Sei nervosa?" mi chiede quella, allontanandosi con cautela.

Le sorrido: "NO. Sono di un ottimo pessimo umore. Tranquilla..."

Mi piace dirlo; rende esattamente il stato d'animo. Peccato che la mia collega non  abbia afferrato il senso. Ma non fa niente, io mi sento già più Serena. Serena è il mio nome.

...

 

 

Parole vive

Chi pensa che un libro non possa essere un grande amico, dovrà ricredersi.

La vita tranquilla di Marco, un dodicenne non troppo amante della lettura, cambierà dopo l'incontro con un libro molto particolare. Marco scoprirà che ogni libro possiede un'anima, che ogni storia scritta è viva; che le parole sono vive. Con l'aiuto di una Ali, l'anima del libro che sta leggendo, instaurerà un forte legame con i personaggi del racconto e sarà un'amicizia per sempre. 

 

 

l'incipit...

Marco tirò due calci al pallone, nel grande cortile sotto casa. Come al solito era solo e si stava annoiando. Raccolse il pallone e provò una decina di tiri nel canestro da basket che suo padre gli aveva fissato, alto, oltre la porta del garage: non azzeccò l'anello arancione nemmeno una volta.

Dalla casa proveniva il frastuono delleo stereo acceso di sua sorella; come al solitoil volume era al massimo e come sempre la voce di sua madre cercava di sovrastare il baccano urlando ad Elli di abbassare. Marco buttò il pallone in un angolo e salì le scale per rientrare in casa; sull'uscio si fermò ad accarezzare Quattro, la loro gatta. Quella gli si accoccolò addosso, strusciandosi contro i suoi pantaloni, elegante come solo un gatto sa essere. Marco la prese tra le braccia e se la portò in casa.

"Ehi, tu! Fuori il gatto!" intimò la mamma.

"Fuori, gatto!" disse allora Marco a Quattro che, offesa a morte, se ne tornò sulle scale, volgendo loro la coda diritta.

"Mi annoio, mamma..." "Leggi un po' il vocabolario!" cinguettò lei in risposta.

"Il vocabolario!! Ma dai..." piagnucolò lui.

"Beh, mica tutto, da abaco a zuzzurellone... solo qualche pagina. Sapessi come è istruttivo"

"Non c'è altro che potrei fare, devo per forza leggere? Potremmo giocare a carte, invece"

La mamma stava pulendo a fondo l'armadio della camera, cercando di capire come era potuta starci dentro così tanta roba, visto che non riusciva a risistemarcela. "Ho ancora un po' da fare, tesoro" gli disse dolcemente, "Vai a cercarti un libro nello studio, dai, ti farà compagnia...Ah! Però..."

"Sì, lo so. Devo rimettere a posto, non devo spalancare le pagine dei libri sennò si rovinano, non farci segni nè pieghe... lo so. Me lo hai detto un milione di volte..."

"Esagerato..."

"Leggere un libro: che lagna" pensò Marco, chiudendosi alle spalle la porta dello studio: la musica spaccatimpani di Elli aveva ripreso a gracchiare note altissime. Marco accese la bella lampada sulla scrivania e poi si avvicinò alla libreria. Lesse prima tutti i titoli apartire da terra fino alla sua altezza, alla quarta mensola; poi prese la scaletta e iniziò a cercare qualcosa tra i libri più in alto. E li lo trovò.

La copertina era in pelle nera, il tutolo sul bordo era scritto in caratteri rosso scuro, si faceva fatica a decifrare le parole. Lo prese tra le mani e soffiò per togliere la polvere; studiò il disegno in copertina: socchiuse gli occhi per distinguerlo meglio, ma ciononostante non era sicuro di quel che vedeva. Scese dalla scala e appoggiò il libro sulla scrivania, sotto la luce bianca dlla lampada. "Ah, ecco, è un serpente forse, oppure un drago... non è un serpente con..."

Con il libro in mano tornò in camera da sua madre: "Guarda un po'" Che libro è? Pensi che posso leggerlo?" le chiese. Sua nmadre prese il libro e se lo rivoltò tra le mani: "Ah, questo. Non l'ho più letto, me ne ero domenticata. IL MONDO DI FUOCO di Black Snake..."

"Chi è questo Snake, uno scrittore americano? E' morto?"

"No, è vivo e Black Snake è uno pseudonimo. Chissà perché ho comprato questo libro..."

"Cos'è uno pseudonimo, mà?"

"Vocabolario, figlio. Vattelo a cercare sul vocabolario"

"Sì, va bene, ma guarda il disegno sulla copertina, mamma. Non ti sembra che dalla bocca di questo serpente spuntino due gambe?"

"Dai qua" rispose lei prendendo il libro e portandolo a due centimetri dagli occhi. "Ma no, sono rami... non vedi le foglie?"

"A me sembrano piedi"

"Ma smettila, il disegno è rovinato. Ho comprato questo libro parechci anni fa, ad una fiera di libri usati, ora ricordo bene: volevo proprio vedere cosa aveva voluto scrivere uno come Snake. Prova a cominciarlo tu ese non ti piace scegline un altro"

Marco sprofondò nella grande poltrona rossa e sfogliò rapidamente il libro: duecentouno pagine, fitte fitte di parole, senza una sola illustrazione. Aprì a pagina 3 e lesse CAPITOLO PRIMO. Due serpenti neri si avvolgevano intorno alle P.

Marco chiuse il libro e guardò di nuovo la copertina: non si era sbagliato allora, quello era proprio un serpente che stava mangiando qualcuno.

"Wow! Un libro horror!" e pensò che sua madre di certo non lo sospettava. Si immerse nella lettura.

Si staccò, pittosto sudato, a pagina 33, perché qualcuno aveva sfilato il libro dalle sue mani. Alzò lo sguardo: la faccia di sua sorella Elli era interrogativa.

"Ehi! ma che sei diventato sordo? Sei in trance? Dormi?"

Marco si sentiva un po' confuso, gli ronzavano le orecchie e la voce della sorella gli arrivava come negli incubi: lenta e stranamente cupa. "Che cavolo stai leggendo?" gli chiedeva quella voce.

"Un rac...con...to" balbettò lui in risposta.

"Beh, mamma ti sta chiamando da dieci minuti, vorrebbe sapere se vuoi un frullato per merenda... Ohi, mi stai ascoltando?"

"Sì, sì" rispose in fretta il ragazzino, "Non mi va il frullato, grazie, non mi va niente. Voglioleggere ancora un pò". Allora Elli gli restituì il libro: "Fai un pò come ti pare" e se ne tronò in camera sua. Non appena la sorella ebbe richiuso la porta dello studio, Marco cercò la sua pagina e si rituffò nel racconto...

...Crono trafisse tre volte il collo della Bestia, ma era come far buchi nell'acqua. La dura pelle dello splendido serpente si rimarginava immediatamente e le poche gocce di sangue che cadevano a terra, bruciavano ogni cosa al contatto. "Lasciala!" gridò Crono, "Lascia stare Artemide, brutta Bestia... Noooo!!! Noooo!!!!" Crono stramazzò al suolo quando la giovane Artemide scomparve tra le fauci di quell'essere... battè i pugni a terra, inutilmente. La rabbia ed il dolore per la perdita della ragazza lo annichilivano, ma la ferrea convinzione di poter ancora aiutare gli altri bambini, lo fece scattare in piedi. Furibondo raccolse la sua lancia e... ...che cosa stai aspettando ancora? Vieni, per favore... iniziò a correre, con gli occhi pieni di lacrime e il cuore gonfio di odio...... allora? Non vuoi venire?...

Marco si stropiccio' gli occhi, gli doveva essere sfuggito qualche passaggio, forse aveva saltato una riga, leggendo. Non aveva capito bene le ultime frasi. Rilesse dall'inizio del paragrafo: ...Furibondo raccolse la sua lancia e ... potresti fare un salto quaggiù... ora?...

Non ci fu nessun salto in realtà.

Marco non avebbe saputo dire se fosse sveglio o se stesse dormendo, ma gli facevano male tutte le ossa, come se fosse caduto dalle scale. Eppure non ricordava di essere caduto, non ricordava nemmeno d'aver fatto un salto. Però era disteso con la faccia a terra; provò a sollevarsi e ad aprire gli occhi, frastornato e quallo che vide lo lasciò senza parole... parole... parole.

Intorno a lui soltanto parole; era come stare sdraiati su un grande foglio scritto, come trovarsi su una... pagina.

 

 

 

Margherita, Giorgia, le altre ed io

Come sopravvivere alla scuola media.

Tre anni di scuola, ricordati e raccontati in prima persona da una ragazzina qualunque. Tra bullismo, episodi di razzismo, riforme della scuola e amicizie. Alice, la voce protagonista, cresce e si forma -suo malgrado- in un Istituto Comprensivo di provincia, uno come tanti e, come tanti suoi coetanei, vive in prima persona le meraviglie e le brutture della Scuola di oggi. Tre anni che lasciano un segno sul futuro percorso dell'adolescenza; una sorta di iniziazione alla vita.

 

 

 

l'incipit...

Mi chiamo Alice.

Ho sedici anni. Sono avvenente, sono trendy, funo e, soprattutto, sono libera. E penso a me stessa. Credo fortemente nella superiorità di alcune persone su altre e non mi stancherò mai di predicare l'individualismo. Perché dovrei pensare agli altri? Qualcuno forse fa qualcosa per me?

I ragazzi mi fanno il filo... e anche qualche professore. Vecchi bavosi.

 

Non è vero.

Mi chiamo Alice, non ho ancora quattordici anni e quallo non è il mio ritratto, ma potrebbe essere quello di Margherita o di Caterina, mie compagne di classe che si danno arie da sedicenni. Io non sono avvenente; e come potrei esserlo del resto, a questa età sono ancora una bambina o poco più; non sono nemmeno trendy: gli abiti griffati costano un occhio della testa e in ogni caso non sono così ispirata da questa moda che t vuole coi èantaloni calati sui fianchi e l'ombelico sempre scoperto, d'estate e d'inverno e, per di più, a caro prezzo. Se però altre ragazze si riconoscono in questo tipo di indumenti, non posso che accettare la loro scelta.

Ovviamente non fumo. Questo non significa che non fumerò mai; non posso saperlo adesso, perciò non faccio proponimenti per il futuro. E non so se sono libera. Libertà è una parola... non è nemmeno una parola, è molto di più. Di certo sono libera di dichiarare che ho quattordici anni e non di pù; posso gridarlo forte, è la verità. Mentire per sostenere di averne sedici, per esempio, non mi farebbe sentire più libera.

Sono libera di vestirmi come mi pare; se dovessi abbigliarmi secondo i dettami della moda che qualcuno ci infligge e ci costringe a seguire, allora no, non sarei libera. Così sono additata come una fuori moda; è lo scotto che devo pagare perché indosso le maglie a righe quando impazzano i quadri o i fiori; vesto di verde o lavanda quando il colore imposto alle teen-agers è rigorosamente il nero. Mi prendo la libertà di vestirmi come mi pare, magari più in là cambierò. Me lo dice sempre mia nonna:" C'è tempo, Alice, per crescere e fare cmabiamenti, non stare lì a preoccuparti". E' che io mi preoccupo perché le mie coetanee sono avanti.

Ho conosciuto Margherita in prima media. Non posso dimenticare il primo giorno alla scuola media, come non dimentico i cinque anni di elementari. Ho un rapporto stretto e intimo, con la scuola. Quando gli altri studenti lanciano grida di gioia per due giorni di vacanza, quando esultano per un giorno di sciopero degli insegnanti, io non riesco a partecipare alla gioia. Non posso condividere la loro felicità dal momento che, se resta chiusa, la scuola mi manca.

E' un sentimento difficile da spiegare; mi piace il suono della campanella all'entrata, mi piace l'odore delle aule, il rumore delle pagine sfogliate durante le lezioni e delle penne che scrivono sui quaderni. Non mi dispiace neanche la tremarella che mi assale, sempre e comunque, quando mi interrogano.

Margherita dice che sono malata: Non avrei dovuto confidarle questa mia passione per la scuola; l'ho fatto così, di slancio, quando ancora non la conoscevo bene, ignorandone le conseguenze. Non dice soltanto che sono malata, dice di peggio.

Il primo giorno di scuola media, nella sezione H, eravamo sedici tra ragazzine e ragazzini, impacciati, impauriti e un po' sbandati. Un nuovo corso di studi, tante facce nuove e il susseguirsi nella mattinati di tutti quei professori diversi, ci teneva incollati ai banchi.

La professoressa Aletti, Storia e Geografia, una creatura con la chioma di un istrice e una quantità smisurata di denti, ci insegnò a non aver paura, con il suo accento fortemente napoletano e una simpatia altrettanto partenopea.

Anche il professor e Franceschi, Lettere, seppur austero nella figura, ci aveva messo a nostro agio, parlando con noi a tu per tu, come tra amici. Era il ritratto di Babbo Natale e, quando non si infuriava, avevamo l'impressione di potergli chiedere dei doni. E poi la professoressa Ralbiati, insegnante di Inglese e la Guglielmi di Francese, che sembravano, nell'ordine, appena arrivate da Londra e Parigi. Due donne che a furia di ripetere per anni le stesse lezioni nelle lingue d'oltralpe, ne avevano assorbito la nazionalità.

Non era male la famigerata scuola media.

E anche Margherita, Giorgia, Caterina e le altre non erano male.

Il settore maschile era in minuranza, sia numerica, sia per vivacità ed autonimia.

Tra i ragazzini, Damiano lo conoscevo bene; avevamo già trascorso cinque anni alle elementari insieme. Lui era un po' come me e lo è tuttora. Forse un po' infantile ancora, ma si sa, i maschi arrivano dopo; però in quanto ad educazizone, rispetto e buoni sentimenti io e lui siamo sempre stati due gocce d'acqua (che in un oceano, si sa, contano poco).

Siamo quelli che studiano tutti i giorni e poi, alla cattedra, sotto interrogazione, rasentano il collasso per l'emozione.

Siamo quelli che non si tirano mai indietro se un compagno chiede una mano in grammatica.

Siamo quelli che, senza pensarci due volte, dividono la merenda con chi non ce l'ha.

E siamo quelli che, quando entra in classe un professore o un bidello, dicono Buongiorno e si alzano in piedi.

E perciò siamo strani.

Strano: Extraneus. Nuovo, Inusitato, Fuori dal comune, Stravagante, ma anche Ruvido, Brusco, Scortese.

Perciò fa paura. Il problema primario del razzismo è la paura. La paura delle diversità. Quella paura che ci fa vedere gli altri, gli stranieri, quelli diversi da noi, come un pericolo. Il diverso, quello strano, rappresenta una minaccia.

La prima media è stata quasi un'isola felice; se tiro le somme, sono stata presa di mira una quantità di volte ragionevole, o sopportabile, dalla parte femminile della mia classe.

Perché sono strana, appunto; sono diversa.

...

 

 

 

 

In campagna con il signor Gargiulo.

Questo breve testo, nasce da un'esigenza specifica; quella di scrivere un racconto che fosse fruibile da un bambino down di terza elementare con una trama semplice, ma dettagliata e con caratteri grandi e distanziati per facilitare la lettura.

Il nome del personaggio, Gargiulo, è frutto di un gioco di parole tra il bambino e la sua insegnante di sostegno. E così il signor Gargiulo, diventa sulle righe un contadino, che accompagnerà i bambini a conoscere la campagna, nel susseguirsi delle stagioni.

 

l'incipit...

IN  CAMPAGNA  C' E'  SEMPRE  MOLTO  DA  FARE.  LO  SA  BENE  IL  SIGNOR  GARGIULO.  

IL  SIGNOR  GARGIULO  E'  UN   CONTADINO;  HA  UNA  BELLA  FACCIA  SIMPATICA  E  UN  CAPPELLO  

DI  PAGLIA  SEMPRE  IN  TESTA.  

ANCHE  SUA  MOGLIE,  MATILDE,  E'  UNA  CONTADINA  E  ANCHE  LEI  PORTA  UN  CAPPELLO  DI  

PAGLIA,  MA  SUL  SUO  CI  SONO  I  FIORI.  

COSA  FANNO  I  CONTADINI ?

IL  CONTADINO  CURA  LA  TERRA,  LA  ARA,  LA  SEMINA  E  POI  RACCOGLIE  I  SUOI  FRUTTI.

AUTUNNO

FOGLIE  ROSSE  FOGLIE  GIALLE

VOLAN  VIA  COME  FARFALLE

RESTA  SOLO  L ' ALBERELLO

NUDO,  SPOGLIO,  POVERELLO.

PIANGE  UN  POCO  E  SI  DISPERA

QUANDO  ARRIVA  PRIMAVERA ?

G.  GASPARINI

 

E'  AUTUNNO

( 21  SETTEMBRE - 21  DICEMBRE )

IN  AUTUNNO  LE  GIORNATE  SI  ACCORCIANO  E  L ' ARIA  DIVENTA  PIU'  FRESCA,  MA  IL  LAVORO

 PER  GARGIULO  E  MATILDE  NON  MANCA  MAI.

MENTRE  GARGIULO  ARA  I  CAMPI  PER  SEMINARE  IL  GRANO  PER  LA PROSSIMA  ESTATE,  

MATILDE  COGLIE  LE  MELE  E  LE  PERE  E  POI  LE  SISTEMA  NELLE  CASSETTE.

...

 

 

 

 

Serena a chi?

Non si sa mai

Dopo Volevo solo essere Serena, continuano le disavventure quotidiane di Serena, una donna come tante, alle prese con l'amicizia, il lavoro, l'amore e una buona dose di sfortuna (ma sarà davvero sfortuna?), in un succedersi di situazioni tragicomiche e surreali, raccontate dalla penna della sua amica del cuore.

l'incipit...

Non si sa mai.

Così avevo detto un giorno, mille anni fa a Sofia. perché è vero, non si sa mai prima se ti capiterà di incontrare qualcuno, qualcuno che valga la pena. Mille anni fa, appunto.

Lavoravo nello studio legale più illegale della zona. I miei trascorsi erano così avventurosi che la mia amica Sofia, arredatrice per necessità, scrittrice per passione, aveva deciso senza la mia piena approvazione e comunque con il mio rimorso, di farne un libro. Un romanzo che narrasse le mie peripezie, i miei drammi, i miei fallimenti e le mie disavventure comiche. I miei amori e i miei umori. Sofia aveva trovato anche un editore disposto a pubblicarla, quella storia. Ne sono stata lusingata?

"Non vorrai mica pubblicarla per davvero?" le avevo chiesto a un certo punto.

"Certo che voglio! Che razza di scrittrice sarei se non puntassi alla diffusione delle mie opere?"

"Opere? Tue?! Questa è la mia vita!" mi ero alzata dal divano dove ce ne stavamo entrambe a riflettere sul mio ripensamento ad espormi al pubblico ludibrio. Sofia si era accigliata e surriscaldata: "Mi hai detto che ti piaceva l'idea, che ne eri lusingata, che non vedevi l'ora di sbattere il libro in faccia a chi dicevi tu; e adesso che fai? Ti tiri indietro? Non puoi".

Sospirai a lungo: "Sì, scusa, non posso. In fondo si parla solo di me... a chi vuoi che importi" ero ironica, ovviamente. Sofia si addolcì, d'incanto: "Ma non c'è scritto il tuo vero nome, lo sai. Chi potrebbe identificarti? E poi..."

"E poi?"

"Parliamoci chiaro, Serena: chi vuoi che lo legga? Ne stamperanno cento copie, sì e no e le comprerò tutte io o quasi. Non devi preoccuparti".

Povera Sofia. Ecco lo sapevo, ora la vittima mi sembrava lei. Certo era stata su quel testo quasi un anno -nel tempo perso - e ci teneva tanto. E inoltre aveva già firmato il contratto editoriale con la mia, seppur riluttante, benedizione. Sofia ama talmente tanto scrivere che racconterebbe anche la storia di un sasso.

"Andrà bene invece, Sofi" mentii spudoratamente, "E poi che cosa ho da vergognarmi? Sono la protagonista di un romanzo, quelli che dovessore riconoscermi, mi invidieranno" così dicendo pensavo di rincuorarla e di rincuorarmi.

"Beh, le catastrofi che attiri non le invidierà nessuno, ma si roderanno perché tu hai una biografa e loro no". Sofia mi vuole bene.

Quando il libro è uscito Sofia non stava nella pelle e nemmeno io. Vivevo un'euforia contrastata dal timore che qualcuno, prima o poi, potesse riconoscermi tra le righe e scoprire così particolari piuttosto intimi e insospettabili - della mia altrimenti ineccepibile vita. Ma mi preoccupavo per niente. Come Sofia aveva immaginato, la casa editrice non si era prodigata a promuovere il libro: a parte qualche decina di copie vendute per puro caso e un centinaio che avevano rifilato a lei, il mondo letterario era inconsapevole che da qualche parte esistesse un simile gioiello. Perché la mia storia, romanzata dalla penna di Sofia, era divertente davvero. E direi anche educativa. Di certo un valido strumento didattico per quelle donne oneste, sincere, romantiche (e non dimentichiamo stupide) come me, che ancora fanno grossolani errori di valutazione per quel che riguarda gli uomini.

Contemporaneamente anch'io mi ero cimentata nella scrittura e appuntavo la mia quotidiana battaglia contro le avversità su un diario, minuzioso e dettagliato, che andava di pari passo con le trame di Sofia.

A voler fare un riassunto, tanto per non dimenticare le origini della mia singolare esistenza e, su queste, poter elucubrare sugli avvenimenti successivi, ogni tanto riapro quel diario, con feroce masochismo. Quando mi faccio troppo male, sfoglio la versione di Sofia che, per lo meno, fa ridere. Dicono che ridere di sè stessi sia importante, che faccia crescere. Ma io non sono già cresciuta abbastanza? In sintesi sono stata un'adolescente frustrata da una madre molto ingombrante, mi sono sposata con un uomo che non amavo e ho avuto una figlia, la mia splendida Gaia, ora diciassettenne. Fin qui, tutto sommato, una vita rgolare, leggermente border-line.

Lavoravo con notevole professionalità presso uno studio legale ben avviato di Forlì e ci stavo proprio bene. All'improvviso la cotta (o la botta): innamorata persa di un mio collega e da lui corrisposta, ho buttato all'aria il mio matrimonio, conquistandomi così un posto all'inferno (girone traditori) dove scontavo le pene inflittemi dal mio ex-marito, da sua suocera cioè mia madre (che stava dalla sua parte e non dalla mia) e dalla moglie del mio amante che mi minacciava continuamente di morte.

...