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Racconti brevi

LE BALLERINE ROSSE

LE BALLERINE ROSSE

Racconto primo classificato al Concorso "Dalle mimose alle scarpette rosse"

Premiazione Sabato 7 marzo 2015, Velletri, Sala Nobile del Palazzo del Comune

 

LE BALLERINE ROSSE

- Quando mi compri le scarpe nuove, mamma? Le voglio rosse, ballerine rosse.

- Martedì. Ma rosse no, Gilda, le prenderemo di un colore neutro. Io direi bianche.

Camminavano spedite intanto, madre e figlia, mano nella mano, lungo la strada per la scuola. Ogni

tanto Gilda alzava lo sguardo verso sua madre: portava un grosso foulard fin sulla bocca, forse

aveva freddo. Gli occhiali da sole però erano decisamente fuori luogo, visto che pioveva acqua a

catinelle. Gilda la spiava di sottecchi, preoccupata come può esserlo una bambina di otto anni;

provava un senso di inquietudine che le passava soltanto quando vedeva Maura sorridere. Quel

sorriso ultimamente esitava un po' a fare capolino e qualche volta aveva visto sua zia abbracciare e

consolare la sua mamma. Per fortuna c'era papà che si prendeva cura di lei: quando lui era in casa

Maura sorrideva sempre. Erano una bella famiglia, Gilda si sentiva felice. Il suo papà era forte,

pieno di vita, anche se certe volte gridava a voce troppo alta. Sua madre invece era delicata ed

insicura, a volte cadeva, sbatteva nelle porte. Era proprio una donna di vetro. Fragile. Una volta era

stata un giorno intero in ospedale e Gilda era rimasta con la zia. La mamma si era rotta una spalla

cadendo dalle scale. Gilda aspettava con ansia che la scuola chiudesse per le vacanze, così non

avrebbe più lasciato sola sua madre: accadeva sempre in sua assenza che Maura si facesse male.

Finalmente il martedì pomeriggio erano andate a comprare le scarpe nuove.

- Posso mettermele domani per andare a scuola? – aveva chiesto, entusiasta e un po’ vanitosa.

- Aspetta fino a domenica, sennò si sciupano subito.

Gilda che non era una bambina capricciosa, aveva annuito.

Il mercoledì mattina Gilda si era svegliata spaventata a causa di certi rumori forti che arrivavano

dalla cucina. Qualcuno singhiozzava. Scesa dal letto, si era avvicinata, le sembrava di aver già

vissuto quel momento, ma non era possibile. La porta si era spalancata all'improvviso e suo padre,

uscendo, l'aveva apostrofata in malo modo; lei era scappata in camera. Dopo pochi minuti Maura,

stretta nella sua vestaglia rosa e tutta scarmigliata, l'aveva raggiunta, pregandola di prepararsi per la

scuola. – Sto poco bene tesoro... te la senti di andare a scuola da sola oggi? Io ti guarderò dalla

finestra.

Sì, se la sentiva. Non aveva mica paura, ormai era in terza elementare e la scuola non era lontana.

Maura era a letto, coperta fino agli occhi, quando Gilda, vestita e pettinata, andò a baciarla.

- Ti ricordi quello che ti dico sempre? Se un giorno non mi vedi fuori alla scuola, cosa devi fare?

- Resto vicino alla maestra Chiara e le dico di chiamare la zia.

Uscì dalla camera serena, tanto la mamma non restava sola, c'era papà in bagno. Prima di uscire

considerò che forse poteva mettersi le nuove ballerine bianche, la mamma non se ne sarebbe

neanche accorta. Sfilò lesta le sneakers e infilò le ballerine più belle che si fossero mai viste. Sotto

casa restò qualche istante col naso all'insù, ma Maura non era alla finestra a salutarla. S'incamminò

con passo pesante e arrivò a scuola con quello strano senso di inquietudine, lo sentiva nel petto e

anche in bocca, una specie di nausea. Restò in un angolo, nascosta e non entrò. Quando la bidella

 chiuse il cancello, tornò sui suoi passi, bighellonando un po'. Mezz'ora dopo essere uscita era di

 nuovo a casa. Sperò che la mamma non si arrabbiasse a ritrovarsela in casa. Il portoncino era

socchiuso. Entrò piano e si affacciò in camera da letto: c'era disordine, ma la mamma non era lì.

Passò davanti al salone, silenzioso e vuoto; la porta del bagno era spalancata, il papà non c'era. In

cucina c'era tanta confusione.

- Mamma? - sussurrò guardando un cassetto rovesciato a terra. Poco più in là c'era una donna per

terra, ma non somigliava alla sua mamma, anche se indossava la sua vestaglia rosa. Era strana, i

suoi capelli sciolti galleggiavano in un liquido denso e scuro.

- Mamma? - chiamò ancora Gilda, avvicinandosi a quella signora perché, a guardarlo meglio, quel

viso poteva sembrare quello di Maura. Quel liquido era dappertutto. Si accucciò e la sfiorò con un

dito, poi lo sguardo le cadde sulle sue ballerine bianche, che bianche non erano più.

Ora aveva le scarpette rosse.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I MARTEDI' DELLO CHEF

I MARTEDI' DELLO CHEF

Racconto selezionato al XVI concorso del Gruppo di Lettura San Vitale (Bologna)

Pubblicato sull'antologia "Le donne nella storia del cibo -  Ricette da Platone all'Expo'".

 

 

 

 

 

 

 

Prima di cominciare… una tazza di tè?

 

 

 

ATAY NAA NAA

ovvero Tè alla menta

 

Ingredienti

Un cucchiaino e mezzo di tè verde

Un litro di acqua bollente

Una manciata di foglie di menta

150 grammi di zucchero

Si scalda la teiera, ci si mette dentro il tè verde e ci si versa sopra una parte dell’acqua bollente: serve a bagnare e scaldare l’interno della teiera e va buttata dopo poco. Poi si aggiungono le foglie di menta, lo zucchero e l’altra parte di acqua. Si lascia in infusione per circa otto minuti, per poi servire in bicchierini di vetro.

 

 

Antipasto

 

Non ho mai imparato a cucinare e, quindi, non ho mai cucinato, per anni ed anni. Non ho neanche provato mai ad inventare, con ingredienti banali o particolari, niente di commestibile. Non me ne poteva importare di meno.

Fino all’età di ventisette anni mia madre ha cucinato per me; dopo il matrimonio sono sopravvissuta grazie alla cucina di mio marito.

Questo non significa che io non sapessi lessare le patate o lavare e condire un’insalata o cuocere un piatto di spaghetti al burro (per quanto, svariate volte, sia riuscita a far bruciare la pasta nell’acqua di cottura).

Ma non posso negare che la crescita dei miei figli sia indissolubilmente legata alla cucina del padre: con me avrebbero ingoiato quattrosaltinpadellafindus ogni giorno.

 

Il giorno del mio cinquantesimo compleanno, però, tra gli altri bellissimi regali, mio marito mi ha omaggiata di un grembiule da cucina ed un guantone da forno, accompagnati da un biglietto che recitava Per la cuoca che è in te.

E’ stato un momento molto divertente, tutti gli invitati ridevano, grandi e piccini.

Ora non ridono più.

Sono troppo impegnati a preoccuparsi per le cene che propino il martedì. Il martedì dello chef.

 

In molto casi il cucinare, è una forma di omicidio colposo

Edward Clamp

Il mio rapporto con il cibo non è un rapporto paritario e reciproco.

Non siamo legati da amore profondo, né da stima. Lui, il cibo, di sicuro non mi stima. Da parte mia ho legami più intensi con mille altre cose e la nostra unione è sempre sull’orlo della crisi.

L’avventura è iniziata un pomeriggio luminoso di marzo, chiusa in cucina, da sola. Non ho permesso a nessuno di distrarmi o disturbarmi mentre, con una certa soggezione, guardavo gli ingredienti della mia prima prova culinaria. Erano allineati sul tavolo della cucina, in bella mostra, uova, zucchero, mascarpone, Pavesini, latte e caffé. Erano così belli che li ho fotografati. L’altra metà del tavolo era invasa da ciotole di varie dimensioni, forchette, cucchiai e cucchiaini e la frusta elettrica (strumento del quale fino al giorno prima mi ero chiesta l’utilità).

Sarà perché il mio primo esperimento era riuscito benissimo (la fortuna del principiante o forse la facilità della ricetta, non saprei), comunque sia, ho deciso di andare avanti  a cucinare per recuperare quei trent’anni di tempo perduto ed iniziare così la mia avventura tra pentole e fornelli. A cinquant’anni, certo. Ma non è mai troppo tardi.

 

La poesia delle pagine di Estasi culinarie di Muriel Burbery, mi aveva solleticato e non solo il palato: “Mia nonna officiava ai fornelli con calma altera… tra le sue mani esperte anche le sostanze più insignificanti diventavano miracoli di fede… La sardina alla griglia mi avvolgeva il palato con il suo aroma immediato ed esotico; ad ogni boccone diventavo adulto e, mentre le ceneri marine di quella pelle squamata mi carezzavano la lingua, io mi elevavo…”

Di fronte a questi versi, chi non si commuoverebbe? Ho cominciato a riflettere e a capire il rito dei pasti a casa dei miei, quando mia madre passava ore in cucina e bacchettava sulle mani noi ragazzini se osavamo sfiorare le pietanze che andava preparando. Non avevo mai considerato l’atto del cucinare come un’operazione creativa, divertente, appagante e quasi mistica. E poetica. E addirittura socializzante.

Il mio debutto tra gli chef è stato un tiramisù, un semplice delizioso tiramisù e siccome l’esito è stato incredibilmente positivo, ho deciso di avventurarmi nella ricerca di ricette su internet, sui libri e sui giornali, sui ricettari di amiche e parenti. Ma il solito non mi attraeva, le ricette classiche, di tutti i giorni, non suscitavano in me lo stesso effetto ipnotico di tutti quegli ingredienti poco usuali, esotici, etnici: sono stati questi a risvegliare la cuoca che presumo fosse nascosta da qualche parte, negletta, dentro di me.

Del resto chi, da bambino, non ha mai giocato con terra e acqua, preparando minestroni eccezionali? Da bambina, appunto, io lo facevo. Chissà se non sarebbe stato meglio chiudere la mia carriera di chef proprio all’epoca delle brodaglie di fango… Ma nessuno è obbligato a mangiare le mie pietanze, a parte la famiglia stretta e gli amici invitati, di volta in volta,  per l’occasione. E neanche ho costretto nessuno a copiare le mie ricette, che ho raccolto in un libricino  che non vuole essere un ricettario, ma piuttosto un viaggio, il racconto di un viaggio nelle cucine del mondo, non necessariamente le migliori. Il mio interesse per la cucina si è amplificato proprio quando, sfogliando un ricettario, ho scoperto che in fondo stavo leggendo un romanzo. Un’opera di narrativa. Ogni ricetta a guardar bene, è una storia, un racconto breve, un piccolo gioiello. E sono piccole opere d’arte alcuni tra i blog che ho trovato curiosando in rete alla ricerca di ricette che attirassero la mia attenzione.

Dio fece il cibo, ma certo il diavolo fece i cuochi.”

James Joyce

 

E così un bel giorno, per la precisione un martedì, ho deciso che non potevo fermarmi al tiramisù. La gloria richiedeva ben altre prove e alla mia età meritavo un po’ di riconoscimento in cucina. Gironzolando su internet avevo trovato la ricetta della Spanakopita e il nome mi piaceva tantissimo. Ha la sua importanza, il nome. Un conto è dire ai commensali che hai preparato una fettina in padella, un altro è cinguettare che “la spanakopita è in tavola!”

Gli ingredienti avrebbero dovuto dirmi qualcosa, ma inesperta quale sono, ho copiato fedelmente la ricetta, senza pormi domande.

Così ho comprato la pasta sfoglia, la feta, le uova e poi spinaci, besciamella, cipolle, uvetta sultanina, grana, noce moscata, aglio, olio e cannella.

Tritate aglio e cipolla e dorateli in una padella. Aggiungete le uvette (già ammollate e strizzate), gli spinaci lessati e salati. Unite poi la cannella e abbondante noce moscata. Togliete il composto dal fuoco e quando sarà freddo amalgamate ad esso le uova, la besciamella, il grana e la feta a pezzettini. Rivestite la teglia da forno con la pasta sfoglia e versateci il ripieno, coprite poi con un altro disco di pasta sfoglia. Bucherellate con una forchetta, spennellate con uovo sbattuto e infornate a 200° per 45 minuti.

No, l’uvetta e la cannella, no.

E’stato tremendo masticare ed inghiottire quel tortino nauseabondo davanti ai miei figli e a mio marito: non riuscivo a deglutire e l’impasto in bocca cresceva a dismisura. L’uvetta strideva tra gli spinaci e la cannella urlava in mezzo alla feta: un incubo. Ma non potevo dire che non mi piaceva. Ero stata quattro ore in cucina, vietando l’ingresso ai non addetti (quando la meno addetta ero proprio io); avevo decantato la mia arte e avevo servito in tavola il tortino come un maggiordomo d’altri tempi: con stile, con classe e usando il servizio buono di porcellana. Ma era immangiabile. Continuando a fingere piacere, sarei potuta svenire o peggio…

Sbagliando s’impara. E quella volta ho imparato ben due principi fondamentali: che il dolce ed il salato insieme, sono un connubio per palati abituati e che esiste un attrezzo per spennellare l’uovo sulle pietanze: il pennello, appunto. Però, anche con le dita, non era male.

Le ricette di cucina sono dovunque. Non so se in quel periodo la mia fregola di imparare a cucinare mi aveva sensibilizzato e destabilizzato, ma fatto sta che in qualunque posto e andassi e qualsiasi cosa leggessi, mi imbattevo continuamente in ingredienti e procedimenti.

Nascondono ricette i romanzi, i racconti, i gialli e i thriller, i film d’essai e quelli di cassetta.

Ad esempio, leggendo Pomodori verdi fritti al caffé di Whistle Stop, non puoi non farci un pensierino… ai pomodori, non all’omicidio, s’intende. Il caffè di Whistle Stop è un piccolo bar in Alabama, gestito da due donne speciali Idgie e Ruth; ottimo caffé, ottimi  pomodori verdi fritti e, appunto, un omicidio. Il romanzo è incantevole e per omaggiare Fannie Flagg, ho preparato i famosi pomodori. Risultato soddisfacente.

Scaldate il grasso di pancetta in una padella, bagnate i pomodori nell’uovo sbattuto e poi passateli nel pangrattato. Friggeteli fino a quando non saranno coloriti su entrambi i lati e poi sistemateli sul piatto da portata. Al grasso rimasto nella padella aggiungete un po’ di farina e del latte tiepido, mescolando bene e lasciate cuocere finché non si addensa. Aggiustate di sale e pepe e versate sui pomodori. Come dice Fannie, il meglio che c’è.

 

Milletrecentocinquantanove pagine, il Fantasy dei fantasy, anche Il Signore degli Anelli nasconde ricette.

Un caffè?

Il caffè Olorin, il caffé degli hobbit è spettacolare. Semplicemente al posto dello zucchero, aggiungete al caffé caldo mezzo bicchierino di zabaione. E, se volete, un pizzico di cannella.

Ho trovato anche la ricetta del Pan di via,il pane elfico, ma non mi sono cimentata nella preparazione perché, tra gli ingredienti, c’erano anche alcune foglie di banana. Dove andavo a prenderle?

Restando in tema di libri, le cose più care che ho al mondo dopo gli affetti familiari, ho preparato il Pollo alla Hogwarts, quello che Harry Potter ed altri migliaia di maghetti e aspiranti tali, mangiano nella grande sala del Castello, dove si tiene il pranzo di benvenuto.

Indian takeaway non l’ho cercato, lui ha trovato me, per caso. Non ero andata in giro per libri né per ricettari, ma soltanto a fare una capatina al mercato. C’era un bancone pieno di libri a pochi euro, come resistere? Il libro di Hardeep Singh Kohli era lì e mi guardava. Un romanzo che era un viaggio in India, ma anche un viaggio nella sua tradizione culinaria. Il protagonista era così simpatico che ho dovuto comprarlo. E, appena finito di leggerlo, ho sinceramente creduto che la cucina indiana non avesse più segreti per me.

La serata del mio debutto indiano, un fresco martedì di aprile, intorno al tavolo c’erano tre facce incuriosite e timorose. Le bocche accennavano un sorriso, di quelli tirati, ma nessuno rifiutò di accettare quello che servivo nei piatti: Daal (zuppa di lenticchie), Pakora (frittelle di verdure) e Champ irlandese (puré di patate con cipolle). Perché non preparai un contorno tipicamente indiano? Non sono facili da realizzare le ricette indiane, ero già duramente provata e il puré mi era sembrato una passeggiata in confronto. E poi il famoso melting pot, dove lo mettiamo? Per arricchire i piatti serviti, preparai anche una salsa indiana tipica: il babaganoush, che si dice sia simile all’hummus e si prepara con la tahina (è una crema di sesamo) che comprai in un fornitissimo negozio biologico. Preparai è un eufemismo. In realtà ci provai, la ricetta, in fondo, non era difficile.

Tre melanzane, quattro cucchiai di tahina, due spicchi d’aglio, il succo di un limone, un cucchiaino di sale e mezzo cucchiaio di olio extravergine.

Mettete le melanzane in forno a 220° per un paio d’ore, incidendole su un lato e, quando sono cotte, una volta fredde, scavate la polpa e buttate la buccia. In una ciotola mettete l’aglio tritato, la tahina, il limone e la polpa di melanzane: schiacciate bene con una forchetta, aggiungete l’olio e salate. Il babaganoush si serve in un piattino, con un filo d’olio, prezzemolo e paprika.

Avevo comprato per l’occasione, una camicia indiana (proprio made in India) dai cinesi, evitando però il turbante in testa.

La zuppa di lenticchie è venuta buonissima, le frittelle indiane un po’ coriacee, ma commestibili, anche se i chiodi di garofano sembravano chiodi di acciaio (forse avrei dovuto sminuzzarli), il puré ottimo. Il babaganoush era pessimo. E’ rimasto in frigo, in un contenitore di vetro, per un paio di settimane. Poi, evitando di pensare a quanto avevo pagato la tahina, l’ho buttato tra i rifiuti organici.

La cucina è anche mistero. Prima di cimentarmi ai fornelli, non lo avrei mai sospettato.

Qualche volte sono misteriosi i tempi di cottura (la stessa ricetta, nelle versioni di persone diverse, riporta tempi di cottura differenti, con immancabile panico dello chef); altre volte il mistero aleggia attorno al tipo di cottura: al vapore? A bagnomaria? Alla piastra, alla griglia, nel tegame, nel wok, in padella? Infine anche gli ingredienti fanno la loro parte nell’accrescere la suspense… qualche ricetta sconfina verso il thriller quando, nella lista degli ingredienti, trovi per esempio, il topinambur.

E che cos’è, il topinambur!?

E’ una pianta erbacea perenne, della famiglia delle Composite. Il topinambur è detto anche patata americana, pera di terra, patata del Canada, tartufo di canna, tartufala bastarda. Ed è originaria del Brasile. E’ stato per decenni alimento sostitutivo della patata, poi abbandonato ed ora tornato alla ribalta. Oltre alla vitamine A e B, contiene ferro e potassio. I tuberi del topinambur sono ricchi di zuccheri complessi e il quindici per cento di essi è rappresentato dall’inulina, una sostanza simile all’amido, costituita da fruttosio e non da glucosio. Ha la proprietà di ridurre il colesterolo totale, di ridurre i trigliceridi nel sangue e di aumentare i bifidobatteri positivi.

Però!

Il topinambur, del quale non conoscevo l’esistenza, mi ha costretta a mettermi a fare un po’ di ricerca. Mi sono resa conto di essere non solo ignorante nell’arte culinaria, ma anche digiuna per quel che riguarda gli alimenti in genere e ho pensato bene di cercare provenienza, storia e utilizzo di alcuni ingredienti alla base della nostra vita.

Le leggende che ruotano intorno ad alcune spezie o certi tipi di piante sono davvero belle e mi fa un piacere immenso godere di alcune storie letterarie nell’ambito della cucina. La cultura è proprio dovunque, anche in un cappero.

Il cappero è un piccolo arbusto perenne, già noto al tempo degli antichi greci, cresce sui muri e nei terreni argillosi; in cucina si usano i boccioli fiorali conservati sott’olio, sott’aceto o sotto sale. Nella cucina eoliana si consumano anche il cucuncio, cioè il frutto e le foglioline, bollite e poi condite come insalata.

Le leggende che circolano (o almeno circolavano un tempo), sulle origini del caffé sono numerose e stimolanti…la più nota è quella secondo la quale un monaco del Monastero Cheodet nello Yemen, dopo aver saputo dal pastore Kaldi che le sue capre si mantenevano vivaci anche di notte dopo aver mangiato certe bacche, preparò con queste una bevanda in modo da poter restare sveglio e poter pregare più a lungo.

Sul peperoncino ci sono enciclopedie intere e musei, completamente dedicati al frutto della pianta Capsicum, arrivato a noi grazie a Cristoforo Colombo. Grazie alla testimonianza di reperti archeologici, si è scoperto che il peperoncino piccante era conosciuto in Messico già novemila anni fa. Dopo l’arrivo in Europa l’uso del peperoncino (ritenuto non spezia, ma alimento povero), si diffuse ovunque nel mondo, in particolare tra le popolazioni più povere: i messicani impararono a condire le tortillas, gli africani la manioca, gli asiatici il riso. In Italia, i meridionali, in particolar modo i calabresi, con il peperoncino hanno reso più vivace ed appetibile una cucina povera.

 

“… il peperoncino secco, lanka, è la spezia più potente: con la sua buccia rossa e rugosa, la più bella. Ha un altro nome: pericolo. Il peperoncino canta con la voce di un falco che sorvola in cerchio monti calcinati dal sole, dove non cresce nulla.

Chitra Banerjee Divakaruni descrive così il peperoncino e, con la stessa poetica, mille altre spezie, nel suo bellissimo romanzo La maga delle spezie.

Se queste storie le avessi lette o me ne avessero parlato anni fa, forse ora non sarei una cuoca sopraffina, ma almeno sarei in grado di distinguere i semi di papavero dai semi di sesamo. Distinguerei l’aneto dall’anice e saprei che l’aglio non serve solo a tenere lontani i vampiri.

In questi ultimi cinque anni ho provato un’infinità di ricette. Certo non come Julie Powell, che sedotta dal fascino di Julia Child realizzò trecentosessantacinque ricette in un anno. Le mie fatiche hanno dato risultati mediocri, alcuni sufficienti e qualcuno addirittura ottimo. Ma, haimé, alcuni esperimenti sono risultati scarsi, molto scarsi, per non dire immangiabili.

Perché?

Probabilmente perché, come sostiene mio marito, il cuoco deve interagire con la ricetta, deve saper leggere ed interpretare e aggiungere o togliere dove necessario. Lo capisce da sé. Il Cuoco.

Ma come fa? Che cos’ha, il Cuoco, la scienza infusa?

Io rispetto fedelmente il testo scritto: se leggo in forno per 32 minuti e mezzo, sforno dopo 32 minuti e mezzo (che la preparazione sia cotta o meno). Se leggo: 122 grammi di farina, io peso 122 grammi di farina. Non sono in grado di capire se manca qualcosa o se ce n’è troppa. Quando ho fatto la crostata del diavolo, per esempio, avrei dovuto capire che con qualche grammo di farina in più l’impasto non mi sarebbe rimasto così morbosamente attaccato alle mani (e alle braccia). L’idea di poter scendere a patti con quella massa viva che mi minacciava, non mi ha neanche sfiorato. Come quando, preparando la Spanakopita, non ho dubitato un solo momento che l’uvetta sultanina, tra spinaci e formaggio, potesse nauseare il mio e gli altri palati riuniti attorno alla tavola.

Ora, dopo queste esperienze, sono più guardinga e, se mi capita di leggere tra gli ingredienti di un arrosto di pollo un cucchiaio di cannella oppure 100 grammi di fragole, scelgo un’altra ricetta.

Sarà che vivo di letteratura… ma le ricette che mi attraggono immediatamente il più delle volte escono dai libri.

Il postino di Neruda, di Antonio Skarmeta, è un romanzo che mi si è aggrappato al cuore, pieno di armonia e bellezza. Crudo, come la storia che racconta, ma pieno di poesia. Nella trasposizione cinematografica, il protagonista Mario Jimenez, diventa Mario Ruoppolo ed ha il volto e la voce, indimenticabili, di Massimo Troisi.

Non potevo non cucinare gli Spaghetti alla Mario Ruoppolo, special guest Pablo Neruda.

Cinquecento grammi di spaghetti, sei carciofi vestiti da guerrieri e bruniti come melograno, seicento grammi di pomodori rosse viscere freschi e maturi, due spicchi d’aglio avorio prezioso, tre cucchiai di olio extra vergine, sale e pepe, due foglie di basilico.

Pulite i carciofi togliendo loro le foglie esterne più dure e la barba interna; affettateli sottilmente e fateli cuocere a fuoco lento nell’olio, fino a che arrivano a disfarsi. Aggiungete i pomodori sbucciati e tagliati a cubetti, schiacciandoli sul fondo della padella. Mescolate, unite l’aglio che poi toglierete ed il basilico. Fate cuocere per qualche minuto e aggiustate di sale e di pepe; con questa salsa condite gli spaghetti scolati al dente.

 

Leggendo, cercando, provando e sbagliando, ho scoperto che pare che il cucinare sia un’ottima terapia antistress. La cura della preparazione, le attenzioni per le dosi e per gli ingredienti sono un atto creativo e socializzante, perché il cibo è vita e condivisione. Ci ho riflettuto: forse la manipolazione degli impasti è terapeutica, forse il lento sbattere delle uova nella terrina o il montare la panna per il semifreddo inducono benessere ed armonia. Forse. Per me non funziona.

Io mi stresso molto quando me ne sto lì, con loro (gli ingredienti) e cerco di montare a neve le chiare che pare non si montino mai. Mi stresso quando butto mezzo litro di panna fresca perché non si monta affatto e devo uscire di corsa da casa per andare a comprarne dell’altra. Mi stresso quando, sbirciando attraverso il vetro del forno, vedo gli sformatini ai carciofi che, anziché crescere vispi e allegri, si ritirano, timidi, nei loro pirottini.

Ma non demordo, perché se è martedì, deve essere martedì dello chef, al di là di come riesce la ricetta. Quella tra me e il cibo da cucinare è una battaglia; dopo anni di noncuranza, è come se ad un certo punto della mia vita il cibo mi abbia lanciato una sfida che non ho potuto ignorare. Chissà perché, io e lui, siamo stati così lontani per anni. Me lo chiedo da un po’. Mia madre, donna dalla forte personalità culinaria, non mi ha mai permesso di avvicinarmi alle sue preparazioni; non mi ha mai svelato uno  dei suoi segreti. Non mi permetteva neanche di preparare il caffé. Del resto, se considero che per tutta la mia infanzia ha dovuto rincorrermi per casa con la pasta già inforchettata oppure con i bocconcini di carne che sminuzzava per farmeli inghiottire, deve aver ritenuto che il cibo non mi interessasse e che non sarebbe mai stato una mia priorità. Dovrei scavare in questo rapporto conflittuale, forse. Ma non voglio, preferisco entrare silenziosa in un romanzo di Camilleri.

Solo a scrivere il suo nome, si sente il rumore del mare e il profumo della cucina di Adelina, la cammerera di Salvo Montalbano.

“…Andò a casa, si mise il costume da bagno, fece una nuotata lunghissima, rientrò, s’asciugò, non si rivestì, nel frigorifero non c’era niente, nel forno troneggiava una teglia con quattro enormi porsioni di pasta’ncasciata, piatto degno dell’Olimpo, se ne mangiò due porzioni, rimise la teglia nel forno, puntò la sveglia, dormì piombigno per un’ora, si alzò, fece la doccia, si rivestì coi jeans e la camicia già allordata, arrivò tardi in ufficio…”.

Camilleri descrive così dettagliatamente le espressioni di Montalbano mentre gusta i piatti preparati dalla cuoca, che viene voglia di sedere accanto a lui alla sua tavola sul terrazzino di Marinella, mangiando insieme, guardando il mare e discorrendo di delitti. E quei piatti stimolano la mia fantasia, accendono la voglia spenta di cucinare e stuzzicano il mio bisogno di sperimentare e di ammaliare qualcuno con un piatto da gourmet o da Premio Strega.

Sono anni che non capisco perché non mi cimento semplicemente a fare un ragù: non l’ho mai fatto eppure è il Sugo per antonomasia; allora cos’è che  mi impedisce di preparare dei classici, tranquilli, sicuri tortellini al ragù?

Non amo cucinare… è inutile che cerchi di imbrogliare me stessa. Però, la pasta ‘ncasciata l’ho provata. Soltanto per onorare Camilleri, ovviamente.

 

Seicento grammi di magliette di maccheroncino, duecento grammi di caciocavallo fresco, duecento grammi di carne tritata, cinquanta grammi di mortadella o di salame, due uova sode, quattro melanzane, cento grammi di pecorino grattugiato, salsa di pomodoro, mezzo bicchiere di vino bianco, basilico, olio extra vergine, sale e pepe qb.

La potenza della ricetta si percepisce già dall’elenco degli ingredienti.

Tagliate le melanzane a fette e friggetele; soffriggete intanto il tritato in un tegame con olio abbondante… come faccia Salvo Montalbano, dopo aver mangiato un piatto così massiccio a respirare e a muovere i passi, è inconcepibile. Un piatto eccezionale, da digerire il giorno dopo.

“Le cose più belle della vita o sono immorali, o sono illegali oppure fanno ingrassare.”

George Bernard Shaw

 

Oltre al ricettario-letterario e alle folli ricette tratte dai libri, esiste un altrettanto sfizioso ricettario-cinematografico. Quando ho scoperto che Ratatouille non è soltanto il nome di un delizioso topolino che sa cucinare, ma è il nome di un piatto tradizionale provenzale, ho messo subito in pratica la ricetta. Risultato così e così, le zucchine erano crude e il succo d’arancia era meglio evitarlo.

E poi ho preparato i cocktails di gamberi, proprio quelli che Jack ed Elwood Blues (i Blues Brother), fagocitano incivilmente in una delle scene del film, quando cercano di avvicinare il trombettista Mr. Fabolous, nel  ristorante più elegante della città.

Ho sperimentato un semi fallimento quando ho voluto fare una sorpresa ai miei figli, portando in tavola le Donuts, le ciambelle di Omer Simpson. Sicuramente a Springfield le fanno meno dure.

L’insalata Barcelona, quella che prepara Manuela all’inizio del film Tutto su mia madre, è facilissima. Certo, è soltanto un’insalata… Ma ho fatto un figurone servendo la Moussakàs, quella che si mangia al matrimonio di Toula e Ian, ne Il mio grosso grasso matrimonio greco, un tripudio di melanzane fritte, carne tritata e besciamella.

Ecco, penso di soffrire di mania di protagonismo: per questo non faccio scontati tortellini in brodo, banali scaloppine, ordinari spaghetti all’amatriciana e convenzionale pollo alla diavola Mi piacerebbe stupire gli ospiti con qualcosa di eccentrico. Perciò cozze fritte alla turca, polpette e salsicce alla Clemenza (dal film Il Padrino), zuppa di porri alla Bridget Jones , non turchina, ma color zuppa di porri, tiella di patate e cozze, così come la raccomanda Carofiglio nel suo Le perfezioni provvisorie. Una forma di presunzione, forse, la mia.

Ma per qualunque motivo io abbia deciso, in tarda età, di imparare a cucinare e di cucinare in particolare cose almeno insolite, ormai è fatta e il martedì, nella nostra cucina, è vietato l’ingresso a tutti tranne che alla sottoscritta. Da sola posso azzardare i miei miscugli, parlare a voce alta con loro e trascorrere una media di quattro ore tra farina, uova, peperoncini, sfoglia, cardamomo, teglie, grattugie e mille altre diavolerie. Mentre, a tutto volume, scorrono le note e le voci di Enya, dei Dire Straits, dei Cold Play, di De Andrè… con la musica si cucina meglio.

Se non avessi cercato le ricette più bislacche del mondo, non saprei che le storie dei cibi sono storie di uomini e donne e sono anche storie di fame. Per una antica ricetta livornese, il Brodo di sassi, servono questi ingredienti: alcuni sassi di mare (quelli più spugnosi e scivolosi, con il muschio sopra), sedano, cipolla, carota, qualche pomodorino.

Sassi… Stupefacente.

Un tempo si bolliva tutto in una pentola con un po’ d’acqua dolce e un po’ di acqua di mare (così si risparmiava anche il sale); si passava poi il brodo attraverso un setaccio, per trattenere la sabbia rilasciata. Infine si lessava nel brodo la pasta, in genere le puntine; si serviva caldissimo, con un filo d’olio a crudo, se ce n’era.

Anche alle isole Eolie e chissà in quanti altri posti di mare, si cucinava lo stesso piatto poverissimo. I sassi scelti per il brodo erano piccoli e viscidi e, una volta pronto, si scodellava sul pane caliatu (pane seccato al forno). Un autentico brodo di pesce, senza pesci.

Storie di fame e di povertà, dunque, come la ricetta degli involtini di topo.

L’autore di Ricette Libertarie (un libro di ricette ed anarchia, unico nel suo genere), racconta la ribellione del popolo più povero di Parigi (marzo 1871) e la proclamazione della Comune. La ricetta spiega e racconta la disperazione di uomini e donne impegnati nella resistenza, costretti a nutrirsi di qualunque cosa per sopravvivere. I topi delle cantine di Bordeaux, conditi con un composto di olio e scalogno, venivano arrostiti sul fuoco fatto con le doghe delle botti.

“…Metti in pentola di terracotta

Gli involtini, e falli arrostir.

La Comune continua la lotta,

e per sempre ‘Vivre libre ou morir’.”

Un bellissimo libro da leggere, senza provare necessariamente tutte le ricette…

Negli anni sessanta, anche la cucina di mia madre era piuttosto povera; ricordo le passeggiate che facevo con lei, la mattina presto, verso il forno che si trovava sul corso principale del paese. Mia madre portava una vecchia teglia annerita dove erano posti, bellissimi e profumati, una decina di pomodori ripieni di riso circondati da fette di patate, il tutto coperto con la carta del pane. Noi non avevamo il forno in casa così lasciavamo la teglia alla sora Maria che la infornava e ci diceva a che ora ripassare per ritirarla. Quando si avvicinavano le feste di Natale, portavamo anche teglie con l’impasto delle ciambelle e dei biscotti di panpepato.

 

Altro ricordo d’altri tempi, di infanzia, di dolcezza. Per merenda, quando io ero bambina, non c’erano merendine confezionate, né patatine o croissant.

C’era una fetta di pane, sale ed olio, oppure pane e pomodoro fresco. A volte l’uovo sbattuto, se era di giornata, magari con due gocce di Marsala o di caffé. E spesso c’era pane, acqua e zucchero.

Una fetta di pane raffermo tagliata spessa, acqua, zucchero.

Si bagnava sotto il rubinetto la fetta di pane, finché non iniziava ad ammollarsi e poi si cospargeva di zucchero.

Lo zucchero perdeva pian piano il bianco e si confondeva con la mollica del pane, in un’armonia di colori e sapori unica. Delizioso e demodè, mi ricorda la mia Graziella rossa e le ginocchia sbucciate, i pomeriggi trascorsi a fare i compiti sul tavolo in cucina, mentre mia madre già lavorava ai fornelli e i profumi della cena si fissavano nella mia testa, oltre che nelle narici, prima e meglio dell’analisi grammaticale.

 

Quanti ricettari si trovano in commercio? Un numero indefinito. Quelli classici, intramontabili, come l’Artusi o Il talismano della felicità; quelli sulle pietanze specifiche (solo uova, solo arrosti, solo fagioli, solo pesce, solo pasta…); quelli che escono in edicola quindicinali oppure mensili; quelli a schede, quelli pregiati, quelli rari. Quelli che diventano best.sellers; e poi quelli di cucina naturale, di cucina vegetariana, vegana, afrodisiaca, macrobiotica, quelli di cucina etnica in generale e quelli specializzati sulla cucina africana o tailandese o lappone.

La cucina, dunque, fa leggere. E meno male, visto che pochissime persone leggono almeno un libro al mese (ma che dico, all’anno). Consola in qualche modo il fatto che leggendo ricette la gente allarghi la propria conoscenza scoprendo tradizioni, storie, curiosità e leggende, non solo del proprio Paese, ma anche di altri luoghi, di altri continenti.

“Il cibo è cultura perché ha inventato e trasformato il mondo. E’ cultura quando si produce, quando si prepara, quando si consuma. E’ il frutto della nostra identità e uno strumento per esprimerla e per comunicarla” M. Montanari.

E a proposito di cultura, ho fatto un viaggio nella cucina dell’umanità reclusa, esattamente all’interno del carcere di Fossano, in Piemonte. Nel libro, Il gambero nero. Ricette dal carcere, gli autori ci raccontano che nelle celle, la sola cosa sempre buona è il caffé, perché lo fanno bene tutti i detenuti. Per il resto si arrangiano: fabbricano qualcosa che ricordi un forno con la carta stagnola, tagliano le verdure col coperchio del barattolo dei pomodori pelati (i coltelli, in cella, non sono ammessi…), usano margarina perché, per molti detenuti, l’olio e il burro sono un lusso. E altro ancora.

Ecco, questa è la cucina che piace leggere a me, quella che racconta la vita, a tutte le latitudini, nel sud o nel nord del mondo, quella della corte reale d’Inghilterra e quella delle periferie e dei ghetti. Quella dei reclusi e quella dei personaggi letterari.

Conoscere la cucina degli altri apre davvero un sipario e quello che c’è dietro è uno spettacolo.

Ma non potrei cucinare più di un giorno alla settimana e, al di là del fatto che gli impegni di lavoro mi impediscono di rientrare a casa in tempi utili per mettermi a spadellare allegramente, il mio sforzo si concretizza solo di martedì.

Non è detto, però, che un giorno non prepari un pranzo di Babette per tutti i miei concittadini.

“… sono una grande artista, mesdames… un grande artista non è mai povero. Abbiamo qualcosa di cui gli altri non sanno nulla…”  

                                 

La cosa più buona che ho fatto, da quando mi sono imbarcata nell’impresa di cucinare, è senz’altro il Lemon curd.

E lo devo condividere.

325 grammi di zucchero, succo e buccia di quattro limoni grandi, 125 grammi di burro, tagliato in piccoli pezzi. Quattro uova, leggermente sbattute.

Anziché grattugiarla, tagliare la scorza dei limoni molto finemente e tenerla insieme con uno spago da cucina, in modo che il lemon curd resti più vellutato.

Mettere lo zucchero, il succo dei limoni, i pezzetti di burro e le uova sbattute in una pentolina antiaderente per cuocere il tutto a vapore. Aggiungete il mazzetto di bucce di limone. Attenzione che la pentola con gli ingredienti non tocchi mai l’acqua che bolle nel recipiente sottostante.

Mescolare continuamente con un cucchiaio di legno fino a che il curd non si rassodi, rimanendo vellutato. Ci vorrà circa mezz’ora. Quando è pronto togliere il mazzetto di bucce e lasciar raffreddare. Si conserva in barattoli chiusi, in frigorifero, per una decina di giorni.

Ottimo come dessert al cucchiaio servito in bicchierini o spalmato su fette di pane, biscotti, frutta cotta…

Una chicca.

 

“Delle buone torte di mele sono una parte considerevole della nostra felicità domestica”

Jane Austen

 

 

 

Grazie a:

 

www.paperando.it

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www.italiaetnica.com

www.peperoncino.org

www.wikipedia.it

www.mangiarebene.com

www.inchiostroefarina.blogspot.it

www.vigata.org

“Ricette Libertarie” R. De Michele

“Il gambero nero. Ricette dal carcere.  D. Dutto e M. Marziani

“Il cane di terracotta” A. Camilleri

“Capricci del destino” K. Blixen

“Estasi culinarie” M. Burbery

“La maga delle spezie” C. B. Divakaruni

“Il cibo come cultura” M. Montanari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dada e il tappagallo


Dada aveva tre anni ed era orgogliosa: anche per lei era arrivato il momento di andare a scuola! Proprio come suo fratello Filippo, che di anni ne aveva ben sette e frequentava già la seconda elementare.
Per Dada, il primo giorno alla Scuola dell'Infanzia era stato splendido.
Aveva conosciuto due simpatiche maestre, che erano così gentili da non crederci. Poi aveva giocato con le costruzioni insieme a Giulio, un bambino coi capelli biondi e lunghi e aveva fatto merenda  e aveva colorato alcuni fogli disegnati.
“Mi sono divertita tanto!” aveva detto alla sua mamma all'uscita da scuola; “Posso tornarci anche domani?”
“Ma certo che ci tornerai domani, Dada! A scuola si va tutti i giorni, stai tranquilla”
Dopo la prima settimana di scuola, Dada aveva già chiaro il suo futuro: da grande avrebbe fatto la maestra, perché le piaceva così tanto stare in classe, ascoltare e colorare, mangiare con i compagni e  giocare in giardino, quando il tempo era bello. Insomma, Dada era proprio felice.
Una mattina fredda e piovosa di novembre, tutti i bambini ascoltavano la maestra Alessandra che raccontava una favola piena di meraviglie e di fate, di animali magici e di bambini felici. Tra gli animali di cui raccontava, l'insegnante si soffermò a parlare con i bambini di coccodrilli, zebre, elefanti e pappagalli.
Tornata a casa Dada raccontò tutta la sua giornata alla sua famiglia: così spiegò quello che aveva capito dei tottodrilli, degli elofanti, delle zerbe e dei tappagalli.
Dada storpiava così comicamente i nomi che non conosceva bene, che Filippo si dovette tenere la pancia con le mani dal gran ridere. La mamma ed il papà sorrisero anche loro, ma senza esagerare: in fondo Dada era piccola ancora e non tutte le parole le riuscivano bene. Del resto suo fratello lo chiamava Tilippo, ma loro non ridevano, ci si erano abituati.

Il giorno dopo, a scuola, la maestra propose ai bambini di inventare, tutti insieme, una bella favola nuova.
“Sììì!!!” avevano risposto in coro i piccoli.
“Allora bambini” spiegò la maestra, “Ognuno di voi inventerà una parte della favola e sceglierà un  animale da raccontare”
“Io racconto il cane” strillò Andrea.
“Io voglio raccontare la favola della foca” disse Marianna.
E così, man mano, tutti scelsero l'animale che preferivano. Quando fu la volta di Dada, lei si alzò dalla sediolina, eccitata, urlando a squarciagola: “Io racconto il tappagallo!”
Non tutti i bambini si accorsero dell'errore e chi se ne accorse comunque non ebbe nulla da ridire.
La maestra però chiamò Dada e le fece notare che il nome giusto era pappagallo.
“Tappagallo, sì, lo so” rispose dada.
“No Dada, si dice pappa... pappagallo, senti che è diverso?”
“Pattaga... tappagallo. Io lo so dire. Tappagallo, no?”
“Va bene lo stesso, piccola. Ora inventa la tua storia poi ne riparleremo”
“C'era una volta un tappagallo, con la bocca grande grande e le orecchie piccole piccole. Il tappagallo voleva andare a scuola e...allora dopo...”
La piccola Dada non sapeva continuare così la maestra le propose di fare un bel disegno del suo pappa, anzi, tappagallo. Dada prese un grande foglio bianco, una matita, pastelli e cere ed iniziò il suo capolavoro. Il tappagallo di Dada era simpaticissimo, il più bel tappagallo che si fosse mai visto: ad un primo sguardo poteva sembrare un batuffolo di ovatta  stropicciato o una capricciosa nuvoletta morbida, ma osservandolo meglio si capiva che era un tappagallo. Un corpo fatto a palla, una testolina minuscola con una bocca esagerata, una coda lunga lunga e due manine rotondette, vivacemente colorato di rosso, giallo e blu. Era spettacolare.
Ogni giorno che passava, in classe la favola si arricchiva di nuovi disegni. C'era il cane giallo di Mattia, grande quanto tutto il foglio, si chiamava Fidobau aveva almeno otto zampe o forse di più; c'erano squalo Spadone con le ali viola, disegnato da Gaia, una formica con i denti di nome Ciccina  così piccola che si faticava a trovarla sul foglio, l'aveva disegnata Mirko che era piccolissimo anche lui e c'era anche un cavallo, Furioso, con gli occhiali. Il cavallo con gli occhiali verdi per la precisione, disegnato da Valeria. E c'era il tappagallo di Dada.
Erano gli animali più belli del mondo, nessun parco e nessuno zoo poteva avere esemplari così colorati e particolari. Qualcuno era minuscolo e qualcuno invece gigantesco, ma convivevano d'amore e d'accordo dentro la stessa favola.
Un giorno di primavera, la zia di Dada, Clorinda, portò i suoi due nipotini allo zoo, per passare una giornata divertente.
Filippo si spostava da una gabbia all'altra, eccitato e indicava ora un rinoceronte, ora una giraffa o una scimmia e sembrava proprio felice. Dada no.
Non sembrava che si divertisse.
“Non ti piace stare qui?” le chiese la zia, davanti alla gabbia delle tigri. La bambina chiese di poter accarezzare la "trighe" e Filippo, mostrandole i suoi denti, la spaventò, dicendo : “La tigre ti sbrana se la accarezzi! Grrrrr!”. Dada si infastidì e non parlò più, finché non arrivarono davanti ad una voliera grandissima dove riconobbe alcuni uccelli che le piacevano molto.
“I tappagalli!” strillò entusiasta, allungando la mano verso di loro, nella speranza di poterli toccare. Restarono lì un sacco di tempo, perché Dada non voleva più andar via.
Rientrati a casa prese subito un foglio bianco, matita e colori e si mise a disegnare un pappagallo; lo colorò di rosso, verde e azzurro. Non sembrava un batuffolo stropicciato, questo, era più somigliante ad una banana, ma aveva una coda straordinaria e un bel paio di ali. Il becco non c'era (ma quanto era difficile disegnarlo!), c'era la suo posto un cerchio, ma era bello lo stesso.
“Mamma voglio un tappagallo, me lo compri?” chiese poi quella sera a cena.
“Non abbiamo una gabbia grande dove farlo volare, non possiamo tenerlo, mi dispiace”
“Ma io lo volevo...”
Il giorno dopo, tornata a casa da scuola, trovò in cucina un bel pacco colorato sul tavolo. “Che c'è qui dentro, papà?”
“Un regalino per te. Apri il pacco”
Dada  rimase a bocca aperta quando vide che nella scatola c'era un pappagallo! Di peluches, certo, ma era un grosso, bellissimo e simpaticissimo pappagallo.
“Un tappagallo tutto mio! Grazie, papà!”
Dada lo studiò per bene, controllò la forma del becco, le ali e le zampe e, dopo cena, se lo portò in camera e lo infilò nel letto insieme a lei. Lo sistemò per bene al suo fianco e si accoccolò. Prima di addormentarsi chiacchierò molto con lui e immaginò di volare con il suo amico, un volo lungo lungo, tra i boschi, sul mare e sulle montagne e via fino allo zoo, dove volavano i pappagalli veri. Poi l'animaletto disse a Dada:”Perché mi chiami tappagallo?”
“Non ti piace?” sussurrò lei.
“Sì, è un nome carino, però... ecco, io sono un pappagallo!”
“Lo so, è che io non sono capace a dire quella parola. Dentro di me lo so il tuo nome, ma è difficile...” Il pappagallo la accarezzò con una delle ali e le disse: “Ripeti con me, ripeti come un pappagallo! Allora:Pappa”
Dada ripeté “Pappa”
“Ora ripeti. Gallo” e andarono avanti così per un bel po' di tempo.
La mattina dopo, a scuola, si avvicinò alla sua insegnante e le sussurrò a bassa voce: “Papà mi ha comprato un pappagallo, però finto”
“Un... pappagallo!? Non un tappagallo?” chiese sorpresa del progresso di Dada la sua maestra.
“No, proprio un pappagallo, sembra vero. Ho fatto anche il disegno, guarda”
“Ma è veramente bello! Brava Dada, questo lo mettiamo nella cartellina dei disegni della nostra favola... hai dato un nome al tuo pappagallo?”
“Sì, si chiama Tappagallo!”

La fantasia vola sulle ali dei bambini... e dei tappagalli.

 


 

LA STRADA PER LA SCUOLA

 

Racconto finalista al concorso IO RACCONTO

Novembre 2013 - Pesaro


La strada per la scuola si apriva davanti ai suoi occhi.
Un po' dissestata, qualche albero e poche case grigie, la lunga strada curvava verso sinistra a ridosso di un campo di sterpaglie per proseguire diritta per parecchie centinaia di metri.
Allo sguardo gitano di Lidija era una bella via, anche se qualcuno aveva coperto con brutte scritte i muri grigi dei palazzi. Via gli zingari dal nostro paese.
Era una strada di periferia; partiva dal centro caotico e vitale del paese, per poi snodarsi, silenziosa, fuori dell'abitato, delimitata per un tratto dal muro di cemento del vecchio campo sportivo.
Fino a ieri, Lidija percorreva quella strada due volte al giorno, per andare e tornare dalla scuola all'accampamento dove viveva con la sua famiglia. Ormai era grande, frequentava la terza elementare e le piaceva camminare la mattina presto, con i quaderni in una mano e la penna nell'altra. Raramente incontrava i suoi compagni, quasi tutti prendevano lo scuolabus; lei, a passo veloce, riusciva ad arrivare davanti al cancello della Scuola prima degli altri alunni.
“Tu sei una zingara?” le aveva chiesto il primo giorno di scuola Andrea.
“Sono rom”
“Perciò sei una zingara” Andrea lo aveva affermato come una sentenza. Inappellabile.  Lidija  sorvolava sui toni che usavano i compagni con lei e quando qualcuno si teneva alla larga non si crucciava; faceva del tutto per farsi notare e farsi considerare.
“So fare la verticale” aveva detto una volta a Martina, una silenziosa biondina, magra e pallida con la quale aveva condiviso il banco per qualche giorno.
“Guardami” la incitò.
Lidija si era alzata dalla sua sedia e si era posizionata al centro dell'aula; con due rapide mosse si era ritrovata testa a terra e gambe all'aria, perfettamente in verticale.
La classe aveva preso a ridere quando la lunga gonna a fiori le era ricaduta sulla testa mentre le sue gambe sforbiciavano l'aria. La maestra, che stava sulla porta dell'aula, l'aveva presa al volo “Lidija, smettila! Puoi farti male!”
Lidija non se l'era presa; tutti ragazzini la guardavano: l'avevano notata, finalmente.
Era orgogliosa di certe abilità circensi che poteva sfoggiare perché non poteva competere con altro.
Da quel giorno i ragazzini le chiedevano spesso di ripetere l'acrobazia, per ridere di lei e delle sue mutandine. Lei si sentiva importante e, come l'insegnante si allontanava, replicava con maestria il suo spettacolo.
La scuola le piaceva, le dava un senso di appartenenza e l'idea di una casa vera, perché era di mattoni e c'era il bagno dentro. Non che non le piacesse vivere nella sua kampina, la roulotte, però i suoi compagni vivevano nei palazzi e per questo un po' li invidiava.
E poi la scuola era organizzata; era bello vedere che ogni classe aveva i suoi bambini e non altri: questa era organizzazione. Ogni gruppo di insegnanti aveva i suoi bambini e non altri. Questa era efficienza. A parte la maestra Cecilia, che si spostava di qua e di là, per seguire i bambini che necessitavano di sostegno. Come lei.

Questa idea dell'organizzazione se la portava dietro da quando, in prima elementare, la sua amica Giulia aveva chiesto alla madre: “Può venire Lidija a casa nostra, dopo la scuola?”. La madre si era presa un momento, aveva riflettuto, e aveva risposto serenamente: “Poi vediamo, ci organizziamo e poi vediamo”. Tutto era questione di progettare e pianificare.
L'insegnante di classe, in prima elementare le aveva chiesto:” Come siete organizzati a casa?”. Lei non aveva saputo rispondere, ma aveva capito che doveva essere una domanda importante.
L'anno della sua prima elementare, Lidija aveva seguito un percorso didattico molto frammentato, aveva fatto molte assenze e non per sua volontà. Ma quando entrava a scuola era sempre raggiante, anche se il suo banco era l'unico a non far parte del gruppo di banchi, ma se ne stava lì, da solo, accanto alla cattedra. Prima della fine dell'anno scolastico, il clan rom di Lidija aveva dovuto abbandonare il campo, per via di un Piano emergenza nomadi di cui la ragazzina non aveva capito nulla. L'unica consolazione era che si erano spostati in un centro con delle piccole case chiamate container e a lei era piaciuta tanto la sua, le dava un senso di intimità. Anche se fuori il campo in terra battuta era arido e sporco, dentro la nuova casa lei trovava tutto incantevole. Ma era durato poco.
“Ce ne andiamo” le aveva detto tempo dopo il nonno. “Domani”.
“Ma io devo andare a scuola”
“Andrai ad un'altra scuola. E' pieno di scuole, il mondo”.

Anche la seconda elementare per Lidija era stato un percorso ad ostacoli. La scuola era così lontana dal campo, che praticamente non era mai riuscita ad arrivare in tempo per il suono della campanella e le avevano fatto notare che, entrando tardi, disturbava le lezioni. Quando vedeva che stava tardando troppo, allora rinunciava, per non disturbare i compagni e non dispiacere le maestre.
Si rammaricava perché quelle volte non poteva stare con la sua amica Alice, con la quale divideva lo stesso banco, chiacchieravano tanto e ridevano. Alice era stata la sua prima migliore amica, e anche se non era mai voluta andare a giocare con lei al campo, Lidija era contenta lo stesso.
Con Alice stava proprio bene, non si sentiva sola; al campo tutti erano sempre troppo indaffarati a fare qualcosa o a non fare niente e lei si annoiava. Aveva quattro fratelli, ma Tony era un ragazzo di quindici anni e non c'era mai, Django e Ibraim erano piccoli, giocavano tutto il giorno nel campo, rincorrevano le galline, gridavano e facevano un gran trambusto col pallone tra i panni stesi e la rete di recinzione. Infine c'era Brandon che era nato da pochi giorni e se ne stava chiuso con la mamma nella roulotte.

Avevano lasciato quel campo brullo, fangoso d'inverno e polveroso d'estate e si erano sistemati in quello meno fatiscente e asfaltato dove vivevano tutt'ora. Lidjia piangeva raramente, ma l'addio ad Alice le costò molte lacrime.
Col nuovo insediamento era arrivata la nuova scuola da frequentare. Era stato faticoso, i primi tempi, tenere sempre il sorriso sulle labbra, i ragazzini del posto erano un po' crudeli con lei e con l'altro bambino rom, Kosta. Lui aveva la sua stessa età e veniva dallo stesso campo, non aveva resistito che un mese, non tollerava di essere additato, scartato, emarginato e qualche volta annusato.
“Quanto puzzi, ma che non ti lavi?” gli aveva detto sghignazzando Alessandro, il primo della classe. “Il primo dei cretini” secondo Kosta.
Ma Lidija tollerava tutto. Forse perché si era innamorata incondizionatamente della maestra Cecilia, che era come lo zucchero filato per lei, era dolce e morbida e le trasmetteva ottimismo e positività.
“Devo andare a scuola! Mi aspetta la maestra Cecilia!” gridava a sua madre, quando quella voleva trattenerla al campo per occuparsi dei fratellini. Diventava furibonda, anche se non poteva sottrarsi agli ordini di sua madre.
“Sei un po' diversa da noi, perché?” le aveva chiesto Jessica una mattina.
“No, non sono diversa”.
“Sì invece, non c'hai nemmeno la casa e poi ti vesti... così”.
Lidija si era guardata le scarpe, chinando la testa, e poi la lunga gonna rossa e poi la maglietta verde un po' lisa (era già stata di sua madre e di sua zia), ma non sapeva rispondere ad affermazioni di quel genere e sorrideva comunque, non si scoraggiava.
“Sono diversa dentro” pensava. Lidija era forte.

E adesso.
Adesso se ne stava lì, dietro la rete metallica a contemplare la sua strada. Le mani sporche, le dita strette attorno al fil di ferro.  In lontananza lo scuolabus procedeva lento verso la Scuola.
“Ma forse ritorno” sussurrò alla sua strada, alla sua Scuola.
La mano del nonno si appoggiò sulla sua spalla. “Andiamo che è meglio. Vieni”
Lidija si lasciò sospingere dall'abbraccio del nonno. Guardò l'accampamento, materassi, catini, sedie, pentolame: tutto era caldo e fumante, una massa informe; in qualche angolo le fiamme non erano ancora del tutto spente; gli idranti avevano creato enormi pozze di fango e la gente del suo popolo correva qui e là a raccogliere qualcosa, senza gridare. Le forze dell'ordine delimitavano il campo. Lidija lanciò un'ultima occhiata alla strada, poi aiutò sua madre a spingere la carriola con i fratellini dentro.


 

LE FAVOLE SONO STUPIDE?


Era una fredda mattina di dicembre ed Elisa si stava preparando per andare a scuola; frequentava, orgogliosamente, la quarta elementare. Sua sorella Laura, tre anni più piccola, non ne voleva sapere di alzarsi dal letto.
“Fa freddo fuori!” strillava.
“Ma dai Laura!” la incitò la mamma, “Oggi a scuola la maestra Silvia vi legge le favole”
“Le favole sono stupide!” affermò con grinta Laura e si infilò con la testa sotto le coperte.
Elisa intanto aveva finito di bere il suo latte, aveva preparato lo zaino e si era imbacuccata con cappotto, sciarpa e guanti. Sua madre le infilò il berretto di lana, calzandoglielo fin sugli occhi e gridò, per farsi sentire da Laura: “Noi siamo pronte e ce ne andiamo! Qualcun altro vuol venire a scuola?”
Per tutta risposta Laura grugnì, scalciando sotto le coperte. Tirò fuori la testa solo quando sentì il rumore della porta che sbatteva e la chiave che girava nella toppa.
“Ah… ce l’ho fatta” ridacchiò, immergendosi nuovamente nel caldo abbraccio del suo letto. Si accoccolò, sbadigliò e chiuse gli occhi, soddisfatta. “Che bello” pensò, “Oggi non devo sentire la maestra che legge quelle stupide storie…”

Ma… “Cough! Cough!” due colpi di tosse nel silenzio della casa, la fecero trasalire.
“Mamma? Sei già tornata?” chiese Laura facendo capolino dalle lenzuola. In cameretta non c’era nessuno. Allora chiamò ancora: “Mamma?”, ma non ottenne risposta.
“Uffa, lo sapevo, è arrabbiata con me” pensò la bambina. Così venne fuori dalle coperte, rabbrividendo un po’ e, stropicciandosi gli occhi, andò in cucina. Poi andò in sala, poi in camera da letto… dappertutto, ma la mamma non c’era.
“Cough, cough! Eeetciiiiiù!”
“Ma chi c’è?” gridò allora Laura arrabbiata, perché non era certo una bambina paurosa, lei, niente affatto; piuttosto era una bambina molto irascibile e diventava facilmente furiosa quando le cose non andavano come voleva lei. Fece di nuovo il giro della casa, finché non tornò in cameretta.
Seduta sul suo letto c’era una… forse una persona, ma Laura non ne era sicura. Quello di cui era sicura era che sembrava una donna, però più leggera, inconsistente: sembrava vera, ma sembrava anche finta.
Era vestita di azzurro (un vestito ridicolo! pensò Laura), con un cappello azzurro a cono, pieno di striscioline di tessuto svolazzanti.
Ecco, sembrava una stupida fata di una stupida favola.
La strana figura, che stringeva un fazzoletto sul naso, soffiò rumorosamente e starnutì: Eeeeetciiiiù!
Lo spostamento d’aria che provocò lo starnuto fece dondolare i disegni di Laura appesi al muro con le puntine.
“Oh, piccola” disse a Laura, quando finalmente si accorse di lei, “Scusa, ma sono molto raffreddata: E lo credo! Per strada fa un freddo: sai, io non sono abituata a star fuori da un libro e…e… eeeetciiiiiiù!”
Laura restò perplessa, ma solo un attimo, poi gridò: “Sparisci!”
La strana signora la guardò incuriosita: “Oh, piccina! Anche tu sai far magie?”
“Devi andare via!” rispose Laura, ostinata, con le mani sui fianchi, battendo un piede sul pavimento.
“Non posso! Quando mi affidano un compito, devo svolgerlo! Non fai così anche tu?”
“Ma chi sei?” chiese Laura collerica.
“Come, non mi hai riconosciuta? Forse perché ho il naso un po’ rosso, sai per via del raffreddore…”
“No, non ti conosco, perché non te ne vai?” ora Laura era proprio spazientita.
“Fata Smemorandia, al tuo servizio!” rispose quella strana figura con un inchino.
“See, una fata…ah,ah,ah” scoppiò a ridere la bambina.
“Certo! Una fata, anzi, una delle migliori, direi” ribadì Smemorandia.
“Sì, va bene. Ma puoi sparire adesso” sbraitò Laura, ma si vedeva che era un po’ incuriosita; giusto un pochino.
“Ti confido un segreto, Laura. Sono in missione speciale. Davvero! Che emozione… Dunque, ti dicevo: nel mio mondo (dentro ai libri, cioè), gira voce che qualcuno non ami le favole. Anzi, per la precisione, qualcuno sostiene che le favole sono stupide. Chissà perché, poi” mentre parlava si era alzata dal letto e si era risistemata il lungo vestito spiegazzato, “E così” continuò la fata “mi hanno mandata a cercare quel… qualcuno”
Laura arrossì lievemente.
“E io credo di sapere chi è, quel qualcuno!” disse ancora Smemorandia, agitando una bacchetta dorata che emetteva strani luccichii. Laura ora era diventata rossa rossa, come una mela rossa.
Smemorandia fece comparire dal nulla un foglietto piegato in due, lo aprì e lesse: “Ecco qui. C’è scritto Elisa. E’ tua sorella, vero?”.
Laura annuì muovendo la testa. Allora la fata si avvicinò e le bisbigliò in un orecchio: “Ecco perché io sono qui. Devo parlarle subito, prima che arrivi il perfido Uguberto”
“Chi?!”
“E dai piccina mia! Uguberto, no? Il CATTIVO…” lo disse con un’espressione così terrificante che Laura tremò.
“Hmmmmm… forse non conosci la storia, vero, piccina? Allora, Uguberto è quel cavaliere nero, che vive in un castello nero al limite della foresta nera, è sempre di umore nero e cavalca un cavallo nero”
Laura ora era meno adirata, ma più confusa: doveva confessare a quella specie di apparizione che era lei a ritenere stupide le favole e non sua sorella Elisa? Si trovava un po’ in difficoltà ad ammettere di essere proprio lei quella che Smemorandia stava cercando.
La fata intanto continuava: “… e quindi anche Uguberto verrà qui, per cercare di portarsi via la bambina che odia le favole!”
Smemorandia era tutta accaldata, si soffiò il naso strombazzando mentre Laura le chiedeva, preoccupata: “Perché vuole portarla via?”
“Perché tua sorella è come lui! Uguberto era un bambino diciamo… come te, sì, uno della tua età. Ma odiava le favole (capisci? Ci odiava!) e così, un giorno un perfido Mago lo prese con sé e lo allevò, fino a farlo diventare malvagio, senza cuore e senza fantasia, haimé!”
Laura cominciò a preoccuparsi sul serio “qui si mette male”, pensò e stava per chiedere qualcosa a Smemorandia, quando un gran frastuono di vetri rotti arrivò dalla cucina.
Laura si impaurì e si avvicino un po’ alla fata che la rassicurò: “Tranquilla, lo sistemo io. Se mi ricordo la formula… com’era? Tranghiti , tranghiti, luppilalà… no, non è. Bidibibodibi… no, questa è per Cenerentola…”
Intanto dalla cucina si sentivano avvicinare passi pesanti, molto pesanti e un vocione spaventoso gridò: “DOVE SEI?”
Una figura imponente, chiusa in un’armatura nera che brandiva un grosso bastone, comparve sulla soglia della cameretta; Laura restò a bocca aperta mentre il Cavaliere nero sollevava sulla sua testa con tutte e due le mani, il pesante randello, pronto a colpirla.
Smemorandia fu più veloce e con un rapido incantesimo trasformò l’arma in un carciofo, che si posò senza danni sui capelli della bambina.
“Ops, doveva trasformarsi in una margherita” si rammaricò Smemorandia.
Uguberto emise un grugnito e poi cominciò a piangere, proprio a piangere!, gemendo: “Basta, non voglio fare queste cose, uffa!”
La fata iniziò a volteggiare come una farfalla intorno ad Uguberto, recitando strane parole e Laura allora strillò: “Uguberto, ritorna bambino! Torna bambino!”
Dopo un ultimo volteggio, la fata toccò il cavaliere con la bacchetta e l’armatura si infranse a terra in mille pezzi.
All’interno non c’era altro che un bambino!
Laura si allontanò di qualche passo e la fata sospirò: “Grazie cara, se non ci fossi stata tu… Non ricordavo l’incantesimo giusto e tu lo hai pronunciato per me: Ritorna bambino. Brava, si vede che tu ami le favole.”
Il bambino si guardò intorno, si controllò braccia e gambe e, sorridendo, scappò via di corsa.

Smemorandia iniziò allora a trotterellare per tutta la casa, alla ricerca di Elisa.
“Dove sei, Elisa? Vieni cara, il cattivo non c’è più”
Laura la raggiunse nel bagno, mentre quella cercava sua sorella nell’armadietto dei medicinali.
“Senti fata, volevo dirti che… mia madre vuole leggermi le favole, ma…”
“Ah, conosco tua madre. Che bella ragazza! Leggeva favole anche da piccola”
“Sì, ma ora le legge solo a mia sorella Elisa. Perché io…”
La fata, che intanto si era spostata in cucina e rovistava tra le tazze cercando ancora Elisa, esclamò: “Come? Sei tu allora che…?”
“Sì, sono io quella che dice che le favole sono stupide.” rispose la bimba tutto d’un fiato, coraggiosamente.
Poi si strinse nelle spalle e chiuse gli occhi, pensando che probabilmente la fata l’avrebbe tramutata in un rospo o in una gallina.
Invece Smemorandia le rivolse un gran sorriso: “Ah, che bella favola!”
Laura piagnucolò: “Non è una favola, è la verità”
“Invece è una bella favola. Ascolta: C’era una volta…Una bimba, un po’ capricciosa, che non voleva andare a scuola per non ascoltare le favole, ma quando una vera fata si presentò a casa sua, parlò con lei, l’aiutò a salvare un bambino e infine confessò di aver mentito. E’ una favola bellissima e con un bellissimo lieto fine! E ora svegliati o faremo tardi. Svegliati… Vuoi svegliarti? Laura?”
Laura aprì gli occhi sussultando e incrociò lo sguardo di sua sorella che le chiese: “Non ti alzi? Dai, mamma ha già preparato il latte”
Un sogno?!
Laura si alzò dal letto e andò a prendere il libro che Elisa teneva sul comodino, Mille favole.
Lo aveva sfogliato, qualche volta.
Girò pian piano le pagine finché non trovò il disegno che cercava: fata Smemorandia che volteggiava nel suo vestito azzurro.
“Ciao Smemorandia” le sussurrò e la fata, inchinandosi, le fece l’occhiolino.
Non ci credete?

 

 

IL GIARDINO DI BRIGITTA


Non troppo vicino, ma nemmeno molto lontano da qui, c’era la casa di Brigitta.
La costruzione di per sé non era niente di speciale: una casa come tante, di mattoni rossi e con un grande portico ombreggiato.
Quello che era a dir poco spettacolare, era il giardino.
Nei dintorni non cresceva niente del genere: cipressi, querce e grandi faggi proteggevano, dall’alto delle loro fronde, un giardino dalle fioriture fantastiche. Farfalle e uccelli d’ogni tipo, svolazzavano rendendo quel giardino un posto da favola.
Del resto Brigitta non si sarebbe accontentata di niente di meno. Era ormai avanti con gli anni, ma vivace e attiva come una giovinetta.
Tutti quelli che abitavano nelle vicinanze, la ritenevano una vecchietta stravagante dato che la vedevano spesso comprare terriccio e concime oppure cercare riviste di giardinaggio, tosaerba, bulbi o vasi, ma non la incontravano mai al cinema o dalla parrucchiera.
Iolanda, una sua anziana vicina di casa, tutta dedita ai suoi tre gatti e ai quattro nipoti, un giorno la fermò davanti al negozio di prodotti agricoli.
“Salve, Brigitta! Sempre indaffarata col suo giardino, eh? Mi piacerebbe vederlo, ma da fuori la sua bella siepe nasconde le fioriture… Eppure il profumo che si sente lascia credere che lei coltivi qualcosa di speciale…”
Brigitta le sorrise, affabile: “Beh, sì. In effetti… io coltivo la speranza…”

A quella risposta Iolanda era rimasta interdetta e così Brigitta le aveva detto: “Venga pure a trovarmi quando vuole, Iolanda. Le offrirò una tazza di thè e l’accompagnerò a visitare il mio giardino”.
Pochi giorni dopo, insieme a Beatrice, una delle sue nipotine, Iolanda suonò la campanella al cancello di Brigitta.
”Oh, venite pure, mie care!” le accolse la donna, sporca di terra fin sul naso.
“Stavo giusto rinvasando delle piantine… accomodatevi qui, al fresco. Vi preparo un buon thè con qualche biscottino per la bambina”.
La piccola Beatrice si era seduta composta ed impettita su una delle seggiole di vimini del patio.
Ma così, ferma ed impostata, non resistette molto.
Le farfalle che si inseguivano, gli uccelli che cinguettavano e una nidiata di gattini morbidi come batuffoli d’ovatta, la spinsero ad alzarsi e a gironzolare dappertutto.
Quando Brigitta e Iole la raggiunsero dopo aver bevuto il loro infuso, la trovarono, perplessa, davanti ad un tappeto multicolore di fiori.
La nonna Iolanda, avvicinandosi, le chiese: “Hai visto che belli questi fiori, Bea? Sei rimasta a bocca aperta!”
“ Sì nonna, perché… guarda i cartellini” rispose la bambina, indicando i cartelli di identificazione delle piante.
Iole si avvicinò, inforcò gli occhiali da lettura e lesse ad alta voce: “Diritti dei bambini… Diritti dell’uomo… Pace… ma, ma che significa?”
La signora Brigitta allora si avvicinò ad una splendida margherita gialla, annusandone il profumo e invitò Iolanda a fare altrettanto. Dopo di che disse loro:
“ E’ tutta una vita che provo a far rispettare i diritti dei bambini… a parlare del rispetto per gli animali e dell’ambiente…. E devo dire che non è mai stato facile: tanta gente non si interessa a queste cose. Pensa solo a se stessa. E così, stanca di parlare e parlare a vuoto, ho provato a coltivare le cose in cui credevo. E queste cose, per le quali mi sono sempre impegnata, sono fiorite… Ci sono voluti anni di amore e pazienza, ma adesso ammirate questo fiore della Pace, quel cespuglio di Diritti dei bambini, quel rampicante dei Diritti Umani…” parlando indicava orgogliosamente teneri steli verdi chini sotto il peso delle splendide fioriture multicolori.
Beatrice, affascinata da quello spettacolo e dalla personalità di Brigitta, si avvicinò e le chiese: “Perché non li porta alla fiera e li vende? Fra pochi giorni ci sarà la festa del paese e la fiera di tutti i prodotti locali… Questi fiori sono bellissimi, la gente farà la fila per comprarli!”.
“ Ma… veramente non ci avevo mai pensato …”
Iolanda intervenne: “Ma certo! Signora Brigitta, mia nipote ha ragione! E’ una splendida idea! Coltivare la Pace, I Diritti… le fa onore, senz’altro: ma perché tenerli solo per lei? Portiamoli alla gente! Lasciamo che le persone possano vedere questi colori e annusare questi profumi!”
Brigitta restò un po’ perplessa a rimuginare. Intanto camminava tra le sue fioriture, pensando al significato del suo lavoro. Aveva coltivato per anni la Speranza di un mondo di Pace… e fino ad ora ne aveva gioito soltanto lei.
“Forse avete ragione!” esclamò allora, “Se questi fiori arrivassero agli insensibili, ai menefreghisti o semplicemente a chi vorrebbe, ma non sa cosa si può fare per cambiare il Mondo… Sì! La gente capirebbe il significato di queste piante: basta con le bombe che esplodono sotto i piedi dei bambini! Basta con la fame che perseguita il Terzo Mondo! Basta con le guerre e con l’indifferenza… Possiamo realizzare un sogno, ragazze!”
Brigitta si era infervorata; Iole e Bea la guardavano esterrefatte: dalla mite donnina di campagna, la donna si era trasformata in una tenace battagliera.

Pochi giorni prima che iniziasse la fiera del paese, Brigitta aveva appeso un cartello fuori del suo cancello:
                                                      FIORI DELLA SPERANZA
                                                                Vendita diretta

In breve tempo la notizia dei fiori speciali del giardino di Brigitta arrivò in tutti i paesi vicini e la richiesta divenne così alta che Brigitta temette di non poter accontentare tutti.
Iole e Beatrice correvano da lei ogni volta che potevano, a preparare confezioni di Pace, di Libertà, di Amicizia, ma siccome la fila dei clienti arrivava fino in fondo alla strada, altre persone ancora accorsero in loro aiuto: i genitori di Bea, gli amici di scuola, qualche insegnante…
Gli affari andavano bene; la gente arrivava anche dalle città più grandi per acquistare quei simboli di giustizia: la voce si era sparsa e le persone sensibili avevano risposto con trasporto a quella bella novità.
Però tutte le sere, quando finalmente Brigitta si accomodava sul divano coi suoi gatti e la sua tazza di thè, il telegiornale parlava di guerra.
Brigitta sospirava.
“Eppure vendo centinaia di fiori della Pace!”.
Il telegiornale parlava di diritti negati e bambini sfruttati.
“Eppure vendo migliaia di Diritti dei Bambini!”.
Il telegiornale raccontava di donne e uomini trattati come schiavi e senza cibo per sopravvivere.
“Eppure confeziono continuamente composizioni floreali di Solidarietà!.

Brigitta era sconvolta.
Si era data tanto da fare, aveva coinvolto tante brave persone per realizzare il suo sogno, ma le cose non cambiavano.
Allora, non era servito a nulla?

 

Un pomeriggio Beatrice era andata a trovarla: voleva farle un’intervista per la scuola. Stava per porle l’ennesima domanda, quando Brigitta esclamò: “Adesso ho capito! Vedi piccola Bea, non è sufficiente aver creato questa bella varietà di piante speciali. E sai perché? Perché tutti quelli che sono venuti a comprarle, beh, loro credevano già nell’Amore, nella Solidarietà e nei Diritti degli uomini. I nostri fiori, dunque, non devono fermarsi a qui. Devono arrivare dove ce n’è veramente bisogno: dobbiamo partire!”

Nel giro di pochi giorni (con il notevole contributo di tanta brava gente che collaborò), il Comune del piccolo paese riuscì ad organizzare una spedizione umanitaria.
La prima spedizione umanitaria di fiori.
Gli insensibili e gli indifferenti, avevano provato a prenderle in giro.
“Ma dove credete di andare! Portare fiori dove c’è la guerra? Portare piante dove manca l’acqua e il cibo? Siete delle povere illuse! Vi faranno la guerra e vi mangeranno tutte le piante!”.
Brigitta, Iolanda e Beatrice non li curarono affatto.
E la storia (questa storia), dette loro ragione.

Oggi ci sono ancora paesi in guerra, bambini sfruttati, senza sogni e senza giochi, ma Brigitta è ancora là, nel suo giardino della Speranza, a coltivare fiori e a spedirli in tutto il mondo.
Cerchiamo quel giardino, armiamoci di amore e andiamo ad aiutarla!

 


 

C'ERA UNA VOLTA


Una mattina luminosa e gelida del freddo mondo dell'anno 2159, due bambini arrancavano su per una strada che era una lastra di ghiaccio: Enea camminava barcollando come un ubriaco, rischiando continuamente di scivolare.
Sua sorella, Penelope, si teneva al gancio della sua giacca termo-riscaldata e lo seguiva, timorosa anche lei di finire per terra.
-Vai piano- si lamentava -altrimenti scivoliamo e ci bagniamo-
-Non posso camminare più lentamente di così, siamo in ritardo! Ulisse ci sta aspettando già da un po', saremo gli ultimi, vedrai-
Enea e Penelope erano sgattaiolati fuori di casa mezz'ora prima; i loro genitori erano in missione e nessuno poteva accorgersi di quella fuga. Ma non avevano potuto prendere il moto-jet, perché il sistema di sicurezza li avrebbe tracciati e scoperti. Il loro amico Ulisse li aveva contattati la sera precedente perché qualcuno del gruppo aveva fatto una scoperta interessante.
Dovevano incontrarsi tutti al rifugio quella mattina.
Quando i due fratelli arrivarono, affaticati ed intirizziti dal freddo, il gruppo era già riunito: c'erano Ulisse e Lavinia, Priamo e Telemaco, Elena e Paride. Erano seduti attorno all'ologramma di un tavolo e contemplavano un oggetto che fluttuava al centro.
-Cos'è?- chiese Penelope, - una scatola?-
-Non lo sappiamo. Sembra molto antico, non vi pare?- rispose Priamo
Enea allungò la mano che fermò a mezz'aria chiedendo -Posso toccarlo?- Gli altri acconsentirono, muovendo la testa. Il ragazzino sfiorò l'oggetto misterioso con le dita, provò a pigiare delicatamente l'indice sulla superficie, ma non accadde nulla.
-Non risponde al touch, non è un computer-  lo informò Telemaco.
Allora Enea sollevò delicatamente quello che sembrava essere un coperchio. Al di sotto di quel coperchio non c'era un dentro, c'erano altri strati di un materiale delicato e sconosciuto.
-Sembrano lastre sottili, ma di che cosa sono fatte?-
Il materiale che ora Priamo sfiorava con le dita sembrava fragile.
-Ci sono dei simboli sulle lastre... segni di una lingua sconosciuta forse...Chissà che cosa significano. Ma dove lo avete preso?- Chiese allora Penelope.
Lavinia abbassò la testa e si schiarì la voce: era in imbarazzo e ci pensò su, prima di parlare. La guardavano tutti e aspettavano.
-Mio nonno se ne è andato qualche giorno fa. Insomma lui ora non c'è più. Io non volevo certo rubare nulla, ma quando sono rimasta sola nel suo sito abitativo, ho curiosato un po'. Nonno non possedeva molte cose, però nascosto nella sua cella dormiente c'era questo oggetto... l'ho preso per ricordo e l'ho portato qui. Non mi rimane nient'altro di lui.-
Scivolò una lacrima e gli altri ragazzini si affrettarono a consolare la bambina. Sembrava molto triste, era normale che soffrisse, anche se i grandi dicevano che non bisognava piangere quando qualcuno se ne andava, perché aveva portato a termine il suo percorso e la fine era un evento naturale.
Nel 2159 la vita sulla Terra aveva subito profonde trasformazioni: settanta anni prima, a causa della rapida desertificazione e di svariati conflitti per l'approvvigionamento dell'acqua, molti esseri viventi si erano estinti; alcune popolazioni di uomini avevano raggiunto a fatica le zone artiche del mondo, dove il ghiaccio che rimaneva poteva garantire l'acqua per la sopravvivenza. Gli scienziati di ogni dove lavoravano incessantemente alla ricerca di una alternativa all'acqua, perché ormai le riserve andavano esaurendosi anche ai Poli. Di conseguenza tutta la vita era cambiata.
Le case non erano più tali, c'erano i siti abitativi, corrispondenti a miniappartamenti situati in grandi alveari di policarbonato e altri materiali tecnologici perennemente riscaldati. Nel sito abitativo ognuno aveva la sua cella per il sonno; le celle si chiudevano automaticamente all'imbrunire e si riaprivano il mattino seguente. Dalle terre d'origine nessuno aveva potuto portarsi dietro ricordi personali, oggetti, suppellettili, giocattoli: non c'era stato il modo né il tempo.
Ma evidentemente il nonno di Lavinia che settanta anni prima era stato un bambino di dieci anni, qualcosa aveva portato con sé, altrimenti non si spiegava la presenza di quell'oggetto che ora i ragazzini stavano contemplando. Fu di Elena l'idea di conoscere il significato di quei simboli con il traduttore visuale inserito nei loro smart-phone. Non appena sullo schermo apparve la traduzione, Enea lesse per tutti : -Significa C'era una volta... ma io queste parole le ho già sentite! Certe volte mio nonno Anchise ci racconta delle fiabe e...- arrossì, guardando sua sorella.
-Fiabe? Cosa sono?- chiesero gli altri in coro.
Penelope tossì piano prima di parlare a sua volta. -Non dovremmo dirlo, è un segreto tra noi e lui- disse arrabbiata a suo fratello che ammutolì.
Nessun altro parlò per un po'. Ulisse, con delicatezza, continuava a sfogliare gli strati dell'oggetto.
-Vorrei sapere come hanno fatto ad imprimere i simboli su questo materiale-.
Enea  si scusò ed uscì per un po' fuori dal rifugio. Quello che loro chiamavano rifugio, in realtà era un sito abitativo vecchio e abbandonato da una decina di anni. Un giorno Priamo e Telemaco lo avevano perlustrato e insieme avevano deciso di portarci gli amici, per divertirsi insieme.
Tutti e sei i ragazzini avevano mantenuto la promessa di non farne parola con i propri genitori perché doveva restare un loro segreto, ma potevano andare raramente al rifugio perché non avevano molto tempo libero. La loro esistenza era scandita da regole piuttosto rigide: quando la mattina le cellule dormienti si aprivano, sgusciavano fuori, prendevano la dose quotidiana di ossigeno e si preparavano ad uscire. A gruppi si recavano al Centro Addestramento Culturale, dove restavano otto ore. In quelle ore, di volta in volta, le conoscenze scientifiche umane venivano insegnate loro tramite file immessi direttamente nelle loro teste, attraverso delle cuffie. Tutto il sapere, che una volta si studiava sui libri, lì veniva riversato sugli allievi sotto forma di pensieri già precostituiti. I giovani immagazzinavano le notizie e le facevano proprie senza rendersene conto. I libri, nel 2159, non esistevano più, ed erano stati dimenticati.
Quella mattina incontrarsi era stato facile: tutti i genitori erano coinvolti in una missione di ricerca in una zona inesplorata, così i giovani la sera prima si erano dati appuntamento per quella evasione dalla Scuola.
Enea rientrò, guardò i suoi amici e comincio' a parlare.
-Mio nonno ci racconta delle fiabe... Sono favole, sono storie, sono belle. Parlano di persone e animali, di altri mondi, di cose vecchie. Sono racconti inventati.- I ragazzini lo ascoltavano mentre Penelope sembrava un po' risentita perché il fratello stava confidando quel segreto. Enea non se ne curò e decise di continuare lo stesso: -Insomma nonno Anchise inizia sempre con queste parole, C'era una volta... dice proprio così e non smette finché qualcuno non ci richiama. Ci racconta di Alice, una bambina che una volta diventò grande grande, poi diventò piccola piccola e incontrò uno strano coniglio...
-Oppure dice C'era una volta e parla di una bella bambina che aveva la pelle bianca come la neve e di sette piccoli omini che la aiutavano...e poi di un ragazzino che volava su un'isola che non c'era...- stavolta era stata Penelope a parlare, non aveva resistito. -Nonno dice che con la fantasia si può viaggiare- concluse orgogliosa.
Paride allora prese la parola per chiedere: -Ma allora potremmo far vedere questo oggetto a vostro nonno, che ne dite? Sono sicuro che lui saprà dirci a cosa serve-
Passarono diversi giorni prima che i ragazzini potessero portare il signor Anchise al rifugio.
Enea e Penelope lo avevano invitato ad accompagnarli fino al sito segreto, dove gli altri bambini li aspettavano.
L'espressione del vecchio non appena vide l'oggetto misterioso, lasciò tutti di stucco: era meravigliata, estasiata, commossa. Anchise  si portò le mani sulla faccia e sussurrò: -No, non ci posso credere... Un libro!-    
-E che cosa sarebbe?- chiesero subito i ragazzini.
-Ecco... tanti tanti anni fa, quando ero poco più che un bambino, tutto il sapere era rinchiuso lì dentro, in oggetti come questo. I libri. Sui libri c'era scritto tutto. Si leggeva per apprendere, si studiava, si leggeva per divertirsi, per scoprire nuovi mondi, si leggeva per non essere mai soli...Le favole che spesso racconto ai miei nipotini... le ho lette sui libri!-  
I bambini non capivano tutto quel sentimento per un oggetto. -Ma di che cosa è fatto? Questo materiale non lo conosciamo- chiese Telemaco.
-E' fatto di carta- rispose Enea.
-Carta? Cos'è la carta?- chiese allora sua nipote.
L'uomo si avvicinò lentamente al libro e rispose. -Tanti anni fa, su questo pianeta, esistevano gli alberi...-
E così raccontò loro degli alberi, del loro colore, della loro bellezza e della loro utilità. Spiegò loro che era a causa della scomparsa degli alberi se adesso, una volta al giorno, la gente doveva rifornirsi di ossigeno.
-Gli alberi erano verdi, erano belli, erano vivi e dalla lavorazione dei tronchi gli esseri umani impararono ad ottenere la carta. Le lastre, come le chiamate voi, sono fogli di carta, sono pagine-
Enea invitò Anchise ad osservare meglio quel libro e il nonno si avvicinò, controllò bene la copertina, la accarezzò.
-Non si legge più il titolo, peccato. Questo libro è più vecchio di me! Ma vediamo un po'...-. Delicatamente sfogliò le prime pagine e appena trovò quello che cercava restò imbambolato, proprio a bocca aperta.
-Che c'è nonno? Stai male?- chiese Penelope preoccupata.
-No, cara, sto benissimo! Questo è Pinocchio! E' Pinocchio!!!-
Prese il libro e lo abbracciò teneramente, come se fosse un bambino, stringendolo al petto. Qualche lacrima scivolò sulle guance e sgocciolò fino al pavimento.
-Non pensavo di rivedere un libro prima di morire... che emozione. Un libro scritto nella nostra antica lingua. Mi avete fatto un regalo bellissimo e per sdebitarmi ve lo leggerò.-
I bambini erano stupiti. Loro erano abituati a vivere un'esistenza fatta di informatica e di robotica, di automi e di congegni tecnici, di telecomandi e touch screen. Il mondo che li circondava era fatto di ghiaccio, solo ghiaccio a perdita d'occhio, ma attraverso sofisticati dispositivi e pannelli olografici, bastava un tocco per entrare nella realtà virtuale e dimenticare quello che c'era fuori, però il loro era e restava un mondo freddo. Nonno Anchise guardò i ragazzini; fece cenno loro di sedersi e si accomodò anche lui. -Ora ci scaldiamo il cuore con una bella lettura...- disse. Poi aprì il libro e cominciò:
-“C'era una volta...
-Un re!- Diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno...”-
Da allora, ogni volta che era possibile, nonno Anchise arrancava fino al rifugio dove sei ragazzini entusiasti lo aspettavano, per continuare la lettura di quella storia che parlava di un burattino, di un Gatto furbo ed una Volpe scaltra, di un terribile Mangiafuoco e di una dolcissima Fatina azzurra. I bambini sognavano mentre ascoltavano e seguivano le parole dell'antica lingua stampate su quelle lastre che il nonno chiamava pagine. L'ambiente si scaldava davvero, quando Anchise leggeva.
-E' bella questa fiaba. Perché i libri non esistono più, signor Anchise?- chiese Elena un giorno.
-Ecco vedi, ad un certo punto, tanti tanti anni fa, la gente ha smesso di leggere. Non aveva tempo, era interessata ad altro, tv, internet, computer. La tecnologia ha trovato il modo di non usare più la carta, permettendo a chi voleva ancora leggere, di farlo sui propri smart-phone. Poi man mano l'uso stesso della scrittura è andato scomparendo. I cellulari e i tablet davano la possibilità di scrivere con poche lettere frasi intere e grandi e piccoli passavano il tempo libero sui social network. La poesia è morta piano piano e così le grandi e le piccole storie, i romanzi e le favole. Le biblioteche, che erano grandi spazi pieni di libri accessibili a tutti, chiusero tutte. Senza i libri, tutto è finito. Così abbiamo dimenticato quanto è bello leggere tenendo un volume tra le mani, quanto è bello sfogliare le pagine e poi, la sera, appoggiare il libro sul comodino prima di addormentarsi.-
-Possiamo fare qualcosa, noi?- Chiesero in coro i ragazzini.
Da quel giorno, molti altri bambini furono invitati ad ascoltare la fiaba di Pinocchio, letta con passione dal vecchio Anchise. E quando il racconto fu terminato, il nonno prese a raccontare altre storie, tutte quelle che ricordava: Cenerentola, Il gatto con gli stivali e poi Cappuccetto Rosso e Aladino e ancora altre mille favole. E per non rischiare che i bambini col tempo le dimenticassero, le fece trascrivere sui loro tablet. Il nonno raccontava e, a turno, i ragazzini scrivevano. Piano piano avrebbero creato una vera biblioteca. E se un giorno si fosse trovato il modo di far crescere un albero, chissà, allora avrebbero avuto anche la carta. Per portare i libri in quel freddo presente e tramandarli ancora nel futuro.